La condizione lavorativa dei rider è al centro del dibattito pubblico, rappresentando una sfida di grande rilevanza sociale ed economica. In Italia, i ciclofattorini, circa trentamila attualmente attivi, operano in condizioni spesso precarie. La normativa li inquadra prevalentemente come autonomi occasionali o titolari di partita IVA, con una parte significativa che lavora in nero. Solo una piccola percentuale, pari a circa seimila lavoratori dipendenti di un’unica società, gode di un contratto subordinato e di un salario orario fisso, allineandosi agli standard di lavoro più regolamentati.
Le criticità principali del settore riguardano il salario e la sicurezza. La maggior parte dei rider percepisce un compenso legato esclusivamente al numero di consegne effettuate, un sistema assimilabile al cottimo. L’unico diritto universale riconosciuto, se non si lavora in nero, è la copertura INAIL per gli infortuni, che però non compensa i rischi elevati legati a un lavoro svolto su strada. Gli incidenti sul lavoro in Italia sono già frequenti, ma per i rider le difficoltà aumentano, in particolare per chi opera sotto la pressione di un algoritmo.
L’impatto dell’intelligenza artificiale è uno degli aspetti più controversi. Gli algoritmi, utilizzati per organizzare e monitorare le consegne, stabiliscono tempi e percorsi, influenzando le prestazioni dei lavoratori. Chi non raggiunge determinati standard di produttività rischia di essere penalizzato o escluso dal sistema. Questo meccanismo riduce i rider a semplici ingranaggi, senza possibilità di interazione diretta con il sistema tecnologico che determina le loro opportunità di lavoro.
A livello legislativo, i progressi sono lenti. Nonostante le lotte giudiziarie, i risultati concreti scarseggiano. La Cassazione, nel 2020, ha definito i rider come lavoratori “etero-organizzati”, una categoria prevista dal diritto italiano dal 2015, che resta comunque al margine del lavoro subordinato. Questa classificazione, anziché rappresentare una scelta, è spesso una necessità imposta da un mercato del lavoro dominato dalla competizione economica.
Le iniziative a livello locale potrebbero offrire una soluzione parziale. A Terni, la giunta comunale, guidata dal sindaco Stefano Bandecchi e su impulso dell’assessore al commercio Stefania Renzi, ha avviato un percorso per sostenere i rider. Tra le proposte, la creazione di “case dei rider”, spazi dedicati al riposo e alle soste, e il coinvolgimento di Prefettura, istituti assistenziali e organizzazioni del settore. Questi interventi mirano a far emergere il lavoro nero e a migliorare le condizioni generali di chi opera in questo settore.
Il confronto con modelli stranieri evidenzia le lacune italiane. In Spagna, ad esempio, una legge stabilisce che i rider sono lavoratori subordinati e le aziende che non rispettano questa normativa possono essere sanzionate. Questo tipo di approccio, che garantisce maggiore sicurezza e diritti, rappresenta un obiettivo a cui aspirare anche in Italia.
La sicurezza dei cittadini è un altro aspetto non trascurabile. L’assenza di contratti chiari e regolamentati può portare all’impiego di “lavoratori invisibili”, privi di qualsiasi identificazione, con possibili rischi anche per i consumatori.
In attesa di una contrattazione collettiva che garantisca condizioni di lavoro più dignitose, Terni si pone come esempio di sensibilizzazione e impegno verso una categoria spesso trascurata.