Terni e l’università: diritto di tutti, dovere della città

Intervista a Giocondo Talamonti, Presidente dell’Associazione Culturale per “Terni Città Universitaria”. «Non bastano i corsi, serve una visione culturale condivisa»

Giocondo Talamonti

Presidente Talamonti, l’Associazione Culturale per “Terni Città Universitaria” è ormai attiva da più di vent’anni. Qual è stato il vostro ruolo?

L’Associazione è nata nel 2003 con l’obiettivo di promuovere e sostenere la presenza universitaria a Terni. Sin dagli inizi, abbiamo contribuito alla nascita, l’8 settembre 2006, del Consorzio Universitario, un organismo che riuniva istituzioni come la Regione, i Comuni di Terni e Narni, la Provincia di Terni, la Camera di commercio di Terni, l’Università degli Studi di Perugia, insieme a enti come Confindustria e Fondazione Carit. Il suo scopo era reperire risorse e coordinare progetti a favore dell’università.

Presidente del Consorzio era il dott. Ciano Ricci Feliziani, Vicepresidente il prof. Adolfo Puxeddu, attuale responsabile scientifico dell’Associazione Culturale per Terni Città Universitaria.

All’epoca il problema principale erano i fondi. Oggi, paradossalmente, i fondi ci sono: parliamo di 17 milioni di euro disponibili, come ha riferito di recente l’Assessore regionale Francesco De Rebotti. Ma la vera domanda è: Terni vuole davvero essere una città universitaria?

Quali segnali vede oggi in questa direzione?
Ci sono segnali incoraggianti: una presidente di Regione che conosce il tessuto cittadino, avendo fatto ricerca proprio a Terni; un nuovo rettore attento e collaborativo; e un Comune che in passato ha investito oltre 19 milioni di euro per lo sviluppo universitario.
Ma questi elementi, da soli, non bastano. Serve una visione chiara e condivisa: idee forti, obiettivi comuni, una strategia duratura.

Che tipo di università immaginate per Terni?
Da sempre sosteniamo l’idea di un campus urbano: un luogo riconoscibile e concentrato, dove gli studenti possano non solo studiare, ma anche vivere e socializzare. L’idea di un’università dispersa in più sedi ci preoccupa.
Bisogna puntare su immobili centrali da recuperare, come l’ex Banca d’Italia o l’ex sede della Polizia di Stato. Solo così possiamo rendere l’università parte viva della città.
L’università non può stare ai margini: deve vivere dentro la città.
Terni deve avere un proprio Dipartimento universitario, stabile e riconosciuto, con una governance chiara, responsabile, capace di programmare. Solo così possiamo costruire un’offerta forte e duratura.

E per quanto riguarda l’offerta formativa?
L’università deve essere attrattiva e originale. Niente doppioni dei corsi già presenti a Perugia. Servono percorsi unici, legati al territorio, al mondo del lavoro, alla ricerca.
È necessario costruire legami stretti con le scuole, con le imprese e con i giovani del territorio.
Apertura internazionale: Terni può diventare sede di corsi in lingua inglese, programmi Erasmus, scambi con atenei europei. Apriamoci all’Europa.

Quindi non basta attivare qualche corso…
Assolutamente no. Serve un progetto culturale ampio, capace di elevare il livello complessivo della città.
L’università non è un lusso: è una leva di sviluppo, uno strumento di crescita civile.
È necessario creare una rete stabile tra istituzioni, università, stampa locale e associazioni: una rete che si riunisca con costanza, che discuta e informi i cittadini sui progressi dei progetti universitari.

Come si può rendere tutto questo concreto?
Con una politica dei piccoli passi. Partire dai giovani del territorio, puntare sull’orientamento scolastico, coinvolgere la cittadinanza in eventi culturali e scientifici.
Iniziative come il “Terni Festival – didattica, innovazione, ricerca, territorio” non devono rimanere episodi isolati, ma diventare tappe di un percorso continuativo di innovazione e didattica.
L’università deve essere un impegno collettivo, non il progetto di pochi. Oggi abbiamo le energie, la visione, le condizioni giuste per riuscirci.

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