“Linea lenta, città penalizzata”

L’assessora Bordoni: “Un corto circuito istituzionale ci sta riportando indietro nel tempo. Così Terni perde attrattività, sviluppo e connessioni”

MICHELA BORDONI

Assessora Bordoni, come interpreta la vicenda dello spostamento dei treni regionali umbri sulla linea ferroviaria lenta?
È un chiaro esempio di fallimento istituzionale. Non solo per il merito della decisione, ma per il modo in cui è maturata: senza dialogo tra Governo, Regione e territori. L’assenza di confronto reale ci ha portati a una situazione in cui Terni subisce un arretramento infrastrutturale inaccettabile, che penalizza cittadini, pendolari, studenti, imprese.

Secondo lei le istituzioni non hanno comunicato tra loro?
Esattamente. La Costituzione assegna competenze chiare tra Stato e Regioni, ma prevede anche strumenti di cooperazione, come la Conferenza Stato-Regioni. Evidentemente, su questo tema, quei meccanismi non hanno funzionato. Il risultato è che oggi ci ritroviamo con una scelta che ha impatti profondi sulla mobilità, senza che il territorio sia stato davvero ascoltato.

Quali sono le conseguenze più immediate di questa decisione?
L’isolamento di Terni dal sistema ferroviario veloce non è tecnico, ma sostanziale: la città non viene esclusa dall’alta velocità in senso stretto, ma è costretta a usare la linea lenta per i collegamenti regionali. Questo allunga i tempi, complica la vita dei pendolari, e rende meno attrattivo il vivere o lavorare qui. È un colpo diretto alla nostra capacità di essere competitivi, accessibili e centrali.

Il Comune ha provato a reagire con proprie iniziative?
Sì, certo. Abbiamo messo in campo politiche fiscali per attrarre nuovi residenti: l’esenzione dalla Tari per chi si trasferisce a Terni, l’abbattimento dell’addizionale comunale. Ma tutte queste misure rischiano di perdere efficacia se la città non è ben collegata. Se Terni diventa scomoda da raggiungere, tutto il resto si indebolisce.

Qual è la sua valutazione del ruolo della Regione in tutto questo?
Anche la Regione ha investito, ha acquistato treni, aveva una sua strategia. Ma, evidentemente, questa strategia non è stata condivisa o integrata con quella del Governo centrale. È mancato il coordinamento. La conseguenza è che le scelte nazionali si sono abbattute sul territorio senza difese, creando uno squilibrio difficile da accettare.

Quindi il problema non è solo Terni, ma un modello decisionale?
Esatto. Questa vicenda ci costringe a riflettere più in profondità: sul ruolo dei Comuni, che sono enti di prossimità ma spesso privi di strumenti veri; sul peso effettivo delle Regioni nelle decisioni strategiche nazionali; e sul bisogno urgente di restituire centralità ai territori, non solo nei proclami, ma nei fatti.

Che cosa chiedete adesso, concretamente?
Che si riparta da un confronto vero. Che si sospenda o si riveda questa misura, e che si ricostruisca un canale di dialogo tra istituzioni. Terni non può essere trattata come una città di serie B. Ha una posizione strategica, una rete produttiva forte, un enorme potenziale. Ma senza connessioni adeguate, rischiamo di essere tagliati fuori dallo sviluppo nazionale. E questo, francamente, non possiamo permettercelo.

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