Assessore Tramini, da dove si parte per affrontare una crisi come quella che sta colpendo i pendolari umbri?
Si parte dalla comunità. Io credo che la forza di questo momento stia nella risposta collettiva: cittadini, comitati, amministratori locali uniti. Non serve trovare un colpevole o un capro espiatorio. Serve attivarsi, restare vigili, far sentire la nostra voce. La politica è questo: una comunità che si organizza per risolvere un problema reale.
Lei ha fatto l’università a Roma. Quanto incide la questione trasporti sulla vita delle persone?
Tantissimo. Lo dico per esperienza personale: senza la possibilità di usare il treno, non avrei potuto studiare a Roma. Vengo da Narni, e all’epoca ci mettevo meno di tanti romani per arrivare all’università. Il treno era un’opportunità concreta, l’unico modo per conciliare studio e possibilità economiche. Se oggi i tempi si allungano, significa privare tante persone della stessa possibilità.
Che lettura dà della situazione attuale sulla linea ferroviaria?
È evidente che il problema tecnico esiste: linee sature, convivenza con nuovi operatori commerciali sulla Roma-Milano, rallentamenti strutturali. Ma per noi questa non è solo una linea ferroviaria: è la porta d’accesso dell’Umbria su Roma, è linfa vitale per lo sviluppo economico, sociale, turistico. È ciò che consente a territori come i nostri di restare connessi con i centri nevralgici del Paese.
Quindi la questione non è solo tecnica, ma politica?
Esatto. La questione è politica in senso alto: difendere la funzione pubblica del trasporto. In un momento storico in cui si spinge su logiche di profitto e privatizzazione, bisogna ribadire che il treno è un diritto, non solo un servizio. È uno strumento di equità territoriale. Per questo serve una battaglia collettiva: Comuni, Regione, comitati, cittadini. Nessuno escluso.
Come si può portare avanti questa battaglia?
Continuando a fare eventi come questo, mantenendo altissima l’attenzione pubblica e mediatica. Solo così costringiamo le istituzioni a non abbassare la guardia. Le soluzioni tecniche esistono – i treni si possono velocizzare, i nodi si possono sciogliere – ma serve una pressione costante dal basso per ottenere risultati.
Lei ha accennato anche a una collaborazione tra Regioni. In che modo potrebbe essere utile?
In modo fondamentale. Alcuni dei treni che oggi usiamo noi – penso a quelli che arrivano a Orte – sono di fatto convogli del Lazio o della Toscana. Questo vuol dire che serve un coordinamento interregionale, una strategia condivisa tra Umbria, Lazio, Toscana e, magari, anche Marche. È l’unico modo per evitare di essere marginalizzati nelle grandi scelte infrastrutturali nazionali.
In chiusura, cosa si sente di chiedere ai cittadini e alle istituzioni?
Ai cittadini, di non mollare. Di continuare a partecipare, a informarsi, a pretendere risposte. Ai comitati, di restare vigili, organizzati e determinati. Alle istituzioni, di non ridurre tutto a numeri e tabelle, ma di riconoscere che questa linea è vita, è futuro, è opportunità per intere generazioni. Dobbiamo riprenderci quello che ci spetta: un trasporto pubblico efficiente, accessibile, dignitoso.