Perché considera il pendolarismo così centrale?
Perché è la spina dorsale invisibile del Paese. Su quei treni all’alba viaggiano operai, studenti, badanti: una comunità silenziosa che tiene in piedi la società prima ancora che il resto si svegli. È una realtà che troppo spesso resta ignorata.
Qual è il pericolo più grave oggi?
Che i convogli umbri vengano spostati sulla linea lenta. Vorrebbe dire allungare i tempi fino a 1h40, come se Terni fosse spostata a Firenze. Sarebbe un salto indietro di 40 anni, con conseguenze devastanti per la vita delle persone e per l’economia locale.
Da dove nasce questa prospettiva?
Da una scelta di RFI, recepita dall’Autorità dei trasporti: niente treni sotto i 200 km/h sulla direttissima. Ma la linea è già satura e, di fronte al traffico AV nazionale ed europeo, i treni umbri rischiano di essere spinti fuori.
Le Ferrovie parlano spesso di diritti umani e inclusione. Lei cosa ne pensa?
È una contraddizione evidente. FS firma manifesti ONU sul rispetto dei diritti, ma poi propone come “innovazione” dirottare i pendolari su linee lente. Non è progresso: è una regressione mascherata da modernità.
L’alta velocità può diventare un diritto anche per i pendolari?
Dovrebbe esserlo. Non può restare un privilegio di manager e congressisti. Sarebbe un atto di equità avere Frecciarossa accessibili anche nelle prime ore del mattino, al servizio di tutti.
Cosa chiedete oggi come Federmanager?
Risposte certe. Non basta evitare il peggioramento: bisogna migliorare. Se la tecnologia consente di arrivare a Roma in 40 minuti, va messa al servizio di chi sostiene il sistema produttivo. La velocità non è un lusso: è una necessità sociale.