Neri, lei non è pendolare ma parte attiva della comunità ternana. Che riflessione porta in questo dibattito?
La mobilità è un diritto sancito dalla Costituzione. Se tutto fosse affidato al mercato, avremmo una sola grande linea ferroviaria che collega Milano, Bologna e Torino, con treni ogni cinque minuti. Ma il resto del Paese sarebbe escluso. È un paradosso inaccettabile.
Oggi qual è l’urgenza più concreta?
Gennaio 2026. Mancano poco più di cento giorni a quello che definisco un “Doomsday”: il rischio che i nostri territori retrocedano sulla mappa della mobilità. Una volta perso quel treno, non si torna indietro.
Qual è quindi la priorità assoluta?
Ottenere una proroga. L’Italia è il Paese delle proroghe: almeno questa volta servirebbe davvero. È ormai prossima la consegna dei treni commissionati dalle precedenti amministrazioni regionali, idonei a rispettare la velocità richiesta di 200 km/h, quindi non possiamo sacrificare tutto per un gap di pochi mesi”.
E guardando più avanti, qual è la direzione da prendere?
Potenziare le infrastrutture esistenti, migliorare la cosiddetta “linea lenta”, aumentare i binari e rafforzare i collegamenti. Ma soprattutto sfruttare l’asse Terni–Roma non per generare pendolarismo forzato, bensì per far crescere attività produttive, servizi, sanità e istruzione a Terni, mantenendo un rapporto organico con Roma.