“L’umanesimo come chiave per un nuovo capitalismo” è il tema del convegno organizzato in BCT nell’ambito di Sharper, la notte dei ricercatori. Protagonisti la professoressa Cristina Montesi, dell’università di Perugia, Stefano Zamagni dell’Università di Bologna, Enrico Luccioni, del Gruppo Luccioni e Sauro Pellerucci, founder del gruppo Paginesì e presidente dell’associazione Io sono una persona per Bene.
Al centro del tema l’economia civile, una forma di capitalismo che punta al bene della collettività e non considera il guadagno come unico fine ultimo dell’attività.

“Lo scambio del lavoro, la crescita e libertà d’impresa, insieme alla competizione sono i fondamenti dell’economia attuale – sottolinea Zamagni, intervenuto da remoto – ed è nata in Umbria e Toscana perchè è figlia della scuola di pensiero Francescana. Francesco d’Assisi del resto era un mercante di stoffe di successo: ad un certo punto si spoglia di tutto, ma la mentalità resta la stessa. Il principio che lui mette nella regola è combattere la miseria attraverso la produzione. Diceva che l’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere, perchè vivere e produrre. Ma tutti devono essere in grado di produrre perchè ciascuno ha dei talenti che hanno bisogno di essere sviluppati”.
La versione capitalistica dell’economia di mercato arriva nel 1600 con la rivoluzione civilista iniziata da Galileo e con la prima rivoluzione industirale e le grandi scoperte geografiche: “Questa è figlia dell’etica protestante”, sottolinea il docente bolognese. “Il lavoro diventa una merce – spiega – Una tesi che Papa Leone XIII contesterà nella rerum novarum. La seconda tesi chiave è che il capitale controlla il lavoro. La terza conseguenza è il colonialismo, che accelera la crescita di questi paesi per utilizzarne le risorse”.
La globalizzazione che è iniziata col primo G6 nel 1975, ha spiegato Zamagni, ha reso ancora più dura l’economia capitalistica. “Oggi invece è cambiato il modello competitivo: al centro c’è la tecnologia, dove vige il principio che vince prende tutto. E a dominarla non sono più gli imprenditori, che hanno le idee ed i modi per far crescere imprese e persone ma i manager, che non hanno interesse a sviluppare talenti, anzi ne sono gelosi”.
Zamagni, spesso ospite dell’associazione Io sono una persona per Bene, risponde poi ad alcune sollecitazioni: “Bisogna tornare alla fiducia l’uno nell’altro, superare il concetto Homo Homini Lupus: solo recuperando questo dialogo, ci può essere crescita reciproca. Ecco perchè c’è bisogno di tornare ad imprenditori umanisti”.
Sauro Pellerucci è intervenuto nella seconda parte dell’evento insieme ad Enrico Luccioni: “Essere imprenditori permette di scegliere in che modo affrontare il mercato e contribuire alla crescita della società- ha sottolineato- C’è una grande concorrenza fra modelli imprenditoriali: cerchiamo di ragionare non in termini di competizione ma di collaborazione. In Paginesì abbiamo scelto ‘Human Digital company’ come slogan perchè cerchiamo di unire le competenze e i valori dell’uomo al digitale. Allo stesso tempo cerchiamo di diffondere valori positivi in una società che ne ha estremamente bisogno”.
“Le imprese – sottolinea Pellerucci – quando hanno raggiunto il livello per la sopravvivenza, allora cercano altri valori, altri traguardi: il dialogo con il territorio fa parte di questi obiettivi. L’appartenenza territoriale, almeno per quanto ci riguarda è importante e forte, anche se ovviamente il respiro nel quale ci muoviamo è nazionale. L’impresa che cresce è quella che crea qualcosa da offrire al territorio, altrimenti viene sopraffatta dagli eventi”.
“Il mondo delle persone per bene- spiega Pellerucci – conviene, è un investimento sul futuro, per costruire qualcosa che ci renda ricchi nel tempo e rimanga. Siamo spesso sopraffatti, anche nel mondo dell’informazione, dalle cattive notizie, che ovviamente sono quelle che funzionano. Quello che diciamo noi è cerchiamo di avere fiducia uno nell’altro: se tutti lo facessimo il mondo un po’ cambierebbe”.
Concetti ribaditi anche da Enrico Loccioni, imprenditore marchigiano a capo dell’omonimo gruppo leader a livello mondiale nel settore hi tech che, come una sartoria tecnologica, sviluppa sistemi su misura per grandi clienti industriali. Loccioni, la cui storia è stata raccontata anche in un libro, ha portato l’esperienza di imprenditore umanista e di un impresa incetrata sul benessere della persona e dell’ambiente e che punta sui giovani, particolarmente con gli studenti delle scuole “Il nostro obiettivo? Lasciare il mondo migliore di come l’abbiamo trovato- ha sottolineato- L’impresa sana non è solo proprietà privata ma anche bene comune: formazione, innovazione come comportamento e sostenibilità come opportunità di fare meglio”.














