“Quando si parla di politica internazionale e sicurezza, serve competenza oggettiva, che non si improvvisa”. A dirlo in una nota è Raffaello Federighi, capo di gabinetto della Provincia di Terni, in un’analisi che parte dalla crisi mediorientale per criticare la superficialità con cui spesso si affrontano temi complessi e tragici come il conflitto israelo-palestinese.
Nel suo intervento, Federighi sottolinea come “l’essere eletti a cariche istituzionali non conferisce automaticamente autorevolezza nel trattare certe tematiche”, alludendo a commenti pubblici ritenuti poco competenti. L’analisi si concentra sulla Striscia di Gaza, definita un teatro di guerra dove “nessuno può dirsi davvero innocente”.
Ripercorrendo i passaggi chiave della nascita dello Stato di Israele nel 1948, Federighi ricorda che “Israele ha combattuto e vinto innumerevoli conflitti, tutti originati dal rifiuto della sua esistenza da parte di paesi arabi e organizzazioni musulmane”. Le guerre, dalla prima del 1948 fino alle Intifade e all’operazione in Libano del 1982, sono elencate come tappe di un’escalation continua.
Secondo Federighi, la soluzione dei due stati è stata “resa impraticabile da fattori collidenti”: tra questi la debolezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, la presenza di coloni israeliani nei territori occupati e l’ascesa di Benjamin Netanyahu, “irriducibile nemico di Hamas”.
“Hamas rimane un’organizzazione terroristica che ha trasformato Gaza in un avamposto militare”, accusa Federighi, evidenziando l’uso della popolazione come “scudo umano” e la destinazione dei fondi internazionali a fini bellici. La tragedia del 7 ottobre 2023 viene descritta come “un inaudito attacco terroristico”, con l’uccisione di 1.200 civili e il rapimento di 250 ostaggi. La risposta israeliana, secondo Federighi, è stata “prevedibile e brutale, con tre obiettivi chiari: liberare gli ostaggi, distruggere Hamas e occupare militarmente Gaza”.
L’esponente di Ap tuttavia non risparmia critiche nemmeno allo Stato israeliano: “Le operazioni militari in corso devono essere definite per quello che sono: un genocidio”, aggiunge, pur precisando che “non è il primo, ma l’ennesimo episodio in una lunga sequenza di atrocità reciproche”. La guerra, conclude, è “un’attività brutale in cui raramente esistono buoni o cattivi: esistono vincitori e vinti, e sono i primi a scrivere la storia”.
Guardando al futuro, Federighi esclude una soluzione immediata: “Israele non può annettere Gaza senza alterare i delicati equilibri demografici interni”, mentre l’occupazione militare “non è sostenibile a lungo termine”. Nemmeno la deportazione forzata è una via praticabile, perché “genererebbe solo nuovi focolai di terrorismo”.
Sulla possibilità di mediazione, il giudizio è amaro: “Solo gli Stati Uniti avrebbero la forza diplomatica per proporre una soluzione, ma la loro attenzione è rivolta altrove, verso la Cina e l’Indopacifico”. Conclude quindi con una riflessione cupa: “Viviamo in un’epoca instabile, dove si combatte una quarta guerra mondiale a tappe, in un contesto ibrido. Speriamo che le prossime generazioni non debbano affrontare gli orrori che per ora ci sono stati risparmiati”.
Questo ci mancava