Omicidio Sula, Samson aveva controllato e depistato fino all’ultimo

L'analisi forense rivela accessi non autorizzati agli account social della vittima e messaggi falsi inviati dopo l'omicidio

Nel processo a Mark Samson, reo confesso dell’omicidio di Ilaria Sula, la studentessa scomparsa il 25 marzo dello scorso anno a Roma e ritrovata senza vita il 2 aprile all’interno di una valigia a Capranica Prenestina, emergono dettagli inquietanti sul controllo ossessivo esercitato dall’imputato nei giorni precedenti il delitto. La deposizione del consulente della Procura nell’udienza del rito immediato presso l’aula bunker di Rebibbia ha svelato un quadro di sorveglianza digitale sistematica e depistaggio accuratamente pianificato.

L’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati – i cellulari di vittima e imputato, il computer e la dashcam dell’automobile utilizzata da Samson – ha documentato come il giovane monitorasse in tempo reale la messaggistica e le attività online della ragazza. A partire dal 21 marzo, dopo che Ilaria gli aveva comunicato l’iscrizione all’app di incontri Tinder, Samson aveva ottenuto l’accesso ai suoi account Instagram, Gmail e all’applicazione stessa.

Il consulente tecnico ha ricostruito come l’imputato seguisse con particolare attenzione le conversazioni che la studentessa intratteneva con un ragazzo conosciuto online, arrivando a riferirne i contenuti a un amico. Questa attività di violazione della privacy si configurava come un monitoraggio costante e non autorizzato della vita digitale della vittima.

Durante l’udienza sono stati riprodotti davanti alla giuria popolare della Corte d’Assise i video ripresi dalla dashcam installata nell’auto. Nelle registrazioni, la voce di Samson pronuncia frasi inequivocabili: “Se mi dice le ca**e, la affogo nell’acquario. La metto nell’angolino. La faccio mettere in ginocchio e deve chiedere scusa in tutte le lingue”. L’imputato, presente in aula, è rimasto impassibile al fianco dei suoi avvocati durante la proiezione.

Nei messaggi inviati ad amici nei giorni precedenti il delitto, Samson rivelava un comportamento controllante che, secondo gli avvocati della famiglia Sula, costituisce un chiaro segno di premeditazione: “Ilaria è mia, è solo mia, non me ne frega un cao, è solo mia. Andrò in prigione ma così non si può. Io sto soffrendo come un maiale e lei se la spassa”. E ancora: “Non mi fa male neanche chiamarla puana, perché quello è. Ho visto con i miei occhi sul computer”.

Dopo l’omicidio, avvenuto secondo la confessione dello stesso imputato “a colpi di coltello – quello che avevamo usato per tagliare la mortadella. Non si è accorta di nulla, ha gridato poco”, Samson ha messo in atto una strategia di depistaggio articolata. Una volta entrato in possesso del cellulare di Ilaria, avrebbe cancellato alcuni messaggi relativi all’appuntamento fissato per la sera del 25 marzo, in parte recuperati dagli inquirenti grazie alle notifiche conservate nel sistema.

L’analisi del GPS ha permesso di ricostruire gli spostamenti dell’imputato, compreso il percorso effettuato la mattina del 26 marzo e il rientro a Roma dopo essersi recato a Capranica Prenestina, dove il corpo della studentessa sarebbe stato ritrovato nel burrone.

Nei giorni successivi al delitto, utilizzando il telefono di Ilaria, Samson ha inviato messaggi al padre e a un’amica della vittima, fingendosi lei: “Sono praticamente a Napoli. Non mando la posizione. Voglio sentirmi libera”. L’imputato ha persino contattato tramite social media una persona che la ragazza aveva conosciuto online, spacciandosi per Ilaria per capire che tipo di relazione ci fosse tra i due.

A insospettirsi dello strano comportamento è stata Sofia, un’amica della vittima. Attraverso uno scambio di messaggi sempre più pressante – “Mi ha chiamato tua mamma. Rispondi ca**o”, “Chiama, non mi fido”, “Videochiama muoviti, ho 4 minuti” – l’amica ha compreso che dall’altro capo del telefono non c’era Ilaria: “Ti saluto, chiunque tu sia”.

Contemporaneamente, dallo stesso cellulare dell’imputato partivano messaggi diretti al telefono della ragazza per simulare preoccupazione per la sua scomparsa, costruendo una falsa narrazione che la voleva ancora viva e in Campania.

Secondo la parte civile, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Sforza, frasi e conversazioni delineano in modo netto un quadro di controllo e possesso: “Una premeditazione piena – ha dichiarato il legale – ci sono i futili motivi. Non bisogna parlare di gelosia, ma di affermazione di sé. Ilaria era un intoppo per il suo ego”.

All’udienza erano presenti i familiari di Ilaria Sula, con indosso una maglietta bianca con il volto della studentessa e la scritta “Giustizia per Ilaria”, a testimoniare la richiesta di verità e giustizia per la giovane vittima.

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