Il PalaSì è stato teatro della presentazione della nuova edizione de “L’uomo invisibile”, il libro di Sauro Pellerucci, founder di Paginesì, editore di questo sito e presidente dell’associazione Io sono una persona per bene
L’evento si è svolto sotto la promozione dell’Accademia dei Filomartani con le professoresse Rita Tomassoni e Maria Grazia Aurini. “Questo evento – hanno spiegato le organizzatrici – entra in uno spazio di approfondimento culturale, ha preso in esame un’opera ritenuta significativa poiché sviluppa una riflessione sulle dinamiche dell’io e dell’identità nel mondo contemporaneo.La riflessione, collocata entro una dimensione escatologica, assume l’invisibilità come segno di un’identità completa, non riducibile a un solo carattere o a una definizione unica. Da qui l’invito a riconoscersi e ad aprirsi a una visione più articolata e plurale del sé, capace di accogliere le diverse possibilità che convivono in ogni persona al di là delle rappresentazioni parziali che tendono a circoscriverla in un individuo”.
L’immagine dell’invisibilità diventa così una chiave interpretativa per esplorare la profondità dell’identità personale, mettendo in evidenza la pluralità di aspetti che compongono ogni individuo.
Pellerucci spiega perchè ha deciso di rieditare il volume, romanzo vincitore nel 201 dello Switzerland Literary Prize: “Volevo perfezionare alcuni messaggi che devo dire rileggendoli, riscoprendoli, mi hanno convinto di più a narrarli nella loro profondità“.
“Il messaggio che passa col libro – sottolinea – è che il cambiamento non deve spaventarci e viene guidato da situazioni che noi non percepiamo, maniera cosciente ma che ci guidano appunto nello sviluppo delle nostre vite”. Anche perchè, sottolinea l’autore “‘l’invisibilità è molto profonda, è molto pesante, è molto vera, ma è un chiarore così forte che io reputo che l’uomo invisibile che è in noi è un po’ come il bianco per tutti i colori, quest’uomo è la risultante di tutti noi, è tutto quello che ci vive dentro in realtà e si rende così chiaro da essere quasi invisibile, perché in fondo è l’integralità della persona”
Come possiamo noi rendere visibile l’uomo invisibile? Pellerucci spiega: “Bisogna saper succedere a noi stessi, saper accettarsi e continuare a farne una libertà per poter diventare in fondo quell’uomo sognatoo da noi stessi e raggiungere la nostra massima espressione giorno dopo giorno, malgrado gli errori che ciascuno di noi fa”
L’evento al PalaSì
L’incontro è stato incentrato su alcune parole e figure chiave. Il trenino, simbolo dell’unione fra generazioni (il padre è stato ferroviere) e con il quale il protagonista cresce, ma non solo: “C’è una parola attorno alla quale riconosco l’autore – spiegano le relatrici- ed è cambiamento: quando il personaggio è a disagio, cambia. Non rimane fermo in questa situazione, cerca qualcosa di nuovo”
“Il protagonista teme la staticità perchè in qualche momento l’ha subita e quindi con lo sguardo è sempre attento a cercare qualcosa di nuovo”, spiega Pellerucci. le due relatici spaziano all’interno degli episodi narrati (un lutto, un’esperienza a Nomadelfia, l’assenza di un’automobile) e come ognuno di questi abbia portato ad un cambiamento nella vita del protagonista: “Il movimento è vita e creatività, guai a chi si ferma, la vita chiede sempre qualcosa di nuovo”, sottolineano. Pellerucci ha anche ricordato che alcuni degli episodi raccontati nel libro sono ispirati a fatti realmente accaduti nel corso della sua vita. Tutta la presentazione si può rivedere a questo link.

















