Cotarella, il vino kosher e l’azienda sul Muro del Pianto che unisce ebrei e musulmani

L'imprenditore orvietano racconta ad Open la sua esperienza con una produzione che unisce i due popoli in guerra: "Da un mio incidente è nata l'idea di una produzione nel segno della pace"

Il vino come simbolo di pace? Sicuramente come simbolo della condivisione, ma a sentire Riccardo Cotarella, l’imprenditore di Orvieto proprietario della nota azienda di famiglia e presidente di Assoenologi, può davvero abbattere i muri. Anche quelli fisici, come il Muro del pianto che divide le due aree di Gerusalemme Est e idealmente Israele e Palestina.

La storia la racconta Open, che intervista l’imprenditore il quale racconta come l’usuale pratica di verificare lo stato del vino assaggiando dalle varie botti gli sia costato una dura reprimenda ma da quella poi è nata un’amicizia ed una sfida, quella di far produrre vino insieme ad ebrei e musulmani.

“A Bordeaux, dove ero consulente in una cantina ho fatto per assaggiare il vino. Ma mentre aprivo il rubinetto ho sentito un urlo. Era quello di un rabbino che avvolto nella bandiera israeliana si era infuriato con me. Quello che avevo toccato era infatti vino kosher e non può essere toccato se non dai rabbini. Avevo appena distrutto 200 litri di vino kosher, diventato in quel momento un vino qualunque”.

I due poi, racconta Cotarella, sono diventati amici e oggi producono insieme vino kosher. Lo fanno in un’azienda che si chiama Cremisan Winery ed in Giudea, divisa dal Muro del Pianto, parte in Israele e parte in Cisgiordania: “Ogni volta che vado lì è uno scenario terribile- dice Cotarella a Open – perché trovo i militari col fucile, devo attraversare il filo spinato è una grande tristezza”.

Ma quell’azienda, gestita dai salesiani come quando nacque a fine ottocento e  che è rimasta in piedi anche dopo gli attacchi di Hamas del 7 Ottobre, continua ad essere simbolo di pace: “Ci lavorano contadini israeliani e palestinesi insieme. Riescono a convivere tutti nella stessa azienda, dove lavorano ogni giorno fianco a fianco cattolici, cristiani protestanti, ebrei e musulmani. E affrontano la fatica comune per arrivare al lavoro, con le vigne divise dal muro di separazione, e i posti di blocco con soldati israeliani armati da dovere attraversare quotidianamente”.

Per la sua tenuta di Montecchio, dove invece quel vino kosher viene stoccato, fa venire un rabbino da Parigi: “Dallo scarico dell’uva non può più toccarlo nessuno, perché è un rito religioso. Nemmeno i tubi che lo contengono”, spiega aggiungendo che “l’assistente di quel rabbino è un mio collaboratore arabo. E vanno d’amore e d’accordo”.

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