Ferrovia e sviluppo: senza strategia, anche i treni più veloci restano fermi

"Non basta costruire opere: serve una visione per evitare che il territorio resti indietro”

Marco Sciarrinni

Perché insiste sul tema del collegamento Terni–Roma?

Perché non è accettabile che si arrivi a condizioni tanto difficili senza aprire finalmente una discussione seria e serena. Le prospettive ci sono, ma non possiamo continuare a vivere emergenze. È tempo di coinvolgere tutte le forze politiche, non per polemizzare ma per proporre. Noi lo abbiamo fatto altre volte, sull’acqua e sull’università: oggi tocca ai trasporti, che incidono direttamente sul futuro della nostra comunità. 

Quindi il problema non è solo locale?

Esatto. Il tema di Terni, del collegamento con Roma e dell’Umbria nel suo insieme va collocato in una cornice più ampia: quella del Centro Italia. Il destino dei nostri pendolari e della nostra economia è legato alla capacità di costruire relazioni con Marche e Lazio, che vivono la stessa condizione. Qui non si parla solo di mobilità, ma di una progressiva marginalizzazione dei territori.

Cosa intende per marginalizzazione?

Significa che l’Italia centrale sta scivolando verso una “meridionalizzazione”: gli indicatori economici, sociali e culturali non ci spingono verso le aree sviluppate, ma verso quelle più deboli e arretrate. È un fenomeno lento ma inesorabile. Non possiamo affrontare il tema dei trasporti solo quando il degrado è già conclamato: serve una visione, serve una strategia. 

Ci sono responsabilità specifiche?

Sì, è chiaro. Ad agosto sono stati fatti lavori di manutenzione sulla linea ferroviaria e contemporaneamente sul binario Est a Roma. Una scelta incomprensibile che ha moltiplicato i disagi per i pendolari. E lo stesso accade sulla E45, dove sembra quasi “scientifico” che i cantieri vengano aperti nei momenti di massima presenza turistica. Non possiamo accettare che decisioni così penalizzanti passino senza che la politica metta un argine. 

Lei parla anche di trasporto merci. Perché?

Perché troppo spesso lo dimentichiamo. Oggi le merci viaggiano quasi esclusivamente su gomma, con costi economici e ambientali enormi. Negli anni ’80 fu progettato l’Interporto di Orte, un’infrastruttura che anticipava modelli europei, ma non ha mai decollato. Solo di recente sono arrivati fondi per nuovi raccordi ferroviari e ampliamenti, ma Terni ha perso occasioni decisive: nel 1999 la Provincia era ancora nel CdA, poi si è sfilata. Io continuo a pensare che il destino di Orte e Terni sia comune: intermodalità, logistica e alta velocità sono un’unica partita strategica.

Che ruolo hanno la piastra logistica di Terni e l’Interporto di Orte?

Dovevano essere complementari: una al servizio del sistema industriale, l’altra come snodo intermodale tra gomma e ferro. Invece sono state realizzate senza una vera integrazione. Abbiamo costruito infrastrutture senza completare i collegamenti ferroviari. È un paradosso che oggi paghiamo caro. Garantire 40-50 minuti tra Terni e Roma e collegare davvero piastra e Interporto è fondamentale per lo sviluppo economico del territorio. 

Quindi il problema nasce da lontano?

Certo. Non è frutto degli ultimi anni, ma di decenni di mancata programmazione. I pendolari della bassa Umbria e dell’alto Lazio vivono condizioni sempre più difficili perché le scelte sono state rimandate o sbagliate. Anche se trovassimo oggi soluzioni perfette, ci vorrebbero anni per vederle operative. Questo ritardo cronico sta impoverendo non solo le infrastrutture, ma l’intera comunità.

Qual è il giudizio sul ruolo delle istituzioni nazionali?

C’è un’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) che dovrebbe difendere cittadini, imprese e comunità, ma che spesso sembra tutelare solo gli equilibri dei gestori. Così non si costruisce il destino di un Paese. Non si tratta di ragionare sulla redditività immediata di una tratta, ma di visione, come ad esempio la necessità di costruire una dorsale tirrenico–adriatica del Centro Italia. Senza quell’asse, interi territori rischiano la totale marginalità.

In sintesi, cosa chiedete?

Che si affronti il problema del Centro Italia. Il governo ci ha già inseriti tra le aree di grande difficoltà (ZES): questo certifica quello che viviamo ogni giorno. Ma non basta denunciarlo: servono soluzioni. Non possiamo pensare a università attrattive, sviluppo industriale o turismo competitivo se mancano collegamenti rapidi ed efficienti. Dobbiamo scongiurare il rischio di isolamento e costruire una strategia che tenga insieme pendolari, merci e relazioni con la capitale. Solo così Terni, l’Umbria e l’intero Centro Italia potranno tornare a essere protagonisti.

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