Professoressa Montesi, ci racconta com’è nata la sua esperienza con l’Università a Terni?
Tutto iniziò trent’anni fa, quando nel 1995 insieme a colleghi docenti della Facoltà di Economia di UNIPG, rappresentanti istituzionali e professionisti locali fondammo il DUEC, il Diploma Universitario triennale in Economia e Amministrazione delle Imprese. Fu un’esperienza pionieristica: numero chiuso, frequenza obbligatoria, un forte legame tra teoria e pratica. Era un progetto nato dal basso, ben prima della riforma universitaria nazionale (la riforma Berlinguer pensata nel 1997, formalizzata con D.M. 509/1999, entrata in vigore nel 2000), sostenuto da un’ Associazione che comprendeva l’Università di Perugia-Facoltà di Economia, Regione Umbria, Provincia e Comune di Terni e l’Ordine dei Ragionieri. Quella sinergia ha rappresentato un modello efficace di cooperazione istituzionale e territoriale che ci indica anche una direzione di lavoro per il futuro: l’università ha bisogno di Istituzioni che la sostengano e l’affianchino in modo specifico.
Il DUEC oggi non esiste più. Che fine ha fatto quel modello?
Quando il DUEC rischiò di chiudere, proprio nel delicato passaggio da diploma universitario a corso di laurea triennale, quel sistema reagì con prontezza e responsabilità. Il Comune di Terni (per lungimirante scelta del Sindaco Paolo Raffaelli e dell’ Assessore alla ricerca Dott. Paolo Olivieri) ricapitalizzò massicciamente l’Associazione, l’Ordine dei Ragionieri, la Regione e la Provincia accompagnarono anch’esse la transizione. È la dimostrazione che, se c’è volontà condivisa e se le organizzazioni di supporto all’Università sono, come lo fu al tempo l’Associazione DUEC, ad alto movente ideale, i progetti si salvano. Ma non possiamo più accontentarci della semplice difesa dell’esistente.
Cosa intende per “non accontentarsi”? Quali sono oggi le principali criticità?
Oggi siamo di fronte a una realtà frammentata: corsi dispersi territorialmente, dipartimenti che funzionano come monadi chiuse, infrastrutture carenti. Serve una nuova stagione, una visione organica e ambiziosa. Dobbiamo puntare a una reale collaborazione interdisciplinare ed interdipartimentale. Senza dialogo tra le discipline, non è possibile affrontare e governare la complessità del presente, né generare un’innovazione che sia “sistemica”. L’ipotizzata creazione a Terni, da parte del neo Rettore di UNIPG Prof.Massimiliano Marianelli, di un Dipartimento interdisciplinare a cura della vita e della salute, andrebbe in questa auspicata direzione.
In che modo l’università può dialogare al suo interno e con le diverse componenti del territorio?
Non possiamo pensare a un’università orientata all’innovazione ed alla sostenibilità senza l’apporto strategico del “capitale sociale”, ovvero delle “relazioni di fiducia” intercorrenti tra tutti gli attori in gioco nel modello della “quadruplice elica” teorizzato da David Campbell: università, governo/enti pubblici locali, industria, società civile (nelle diverse componenti: associazionismo studentesco, associazionismo di imprese, altre forme di cittadinanza attiva, mass-media, social media).
Per costruire comunità serve però prossimità, vicinanza spaziale, relazioni stabili. I distretti industriali e l’Economia Civile ce lo insegnano: la cooperazione non nasce dai protocolli, ma dall’interazione quotidiana, dalle soft skills, dalla conoscenza reciproca. L’università deve essere parte integrante del tessuto sociale e produttivo locale. Un’università distante, che non si intreccia col territorio, è inutile.
Come si traduce questa visione in termini concreti?
Con un campus integrato. Un unico spazio condiviso, dove convivano didattica, ricerca e terza missione. Dove studenti, docenti, imprese, start up, incubatori ed hub innovativi, mondi professionali e la città si incontrino, si conoscano, facciano circolare idee. Un campus dove i dipartimenti di economia, ingegneria, medicina, fisica, chimica e scienze umane possano dialogare e contaminarsi a vicenda senza dimenticare di interloquire anche con l’ITS Umbria Academy (corso di meccatronica). La contiguità spaziale produce, in aggiunta all’incremento di capitale sociale, altri benefici grazie allo sprigionarsi delle “economie di agglomerazione” come acclarato dalla “nuova geografia del lavoro” di Enrico Moretti. Non si tratta solo di un luogo fisico: il campus può diventare un vero e proprio motore di sviluppo, capace di generare innovazione, occupazione, coesione sociale e qualità della vita.
Quale modello di governance potrebbe sostenere un progetto così ambizioso?
Serve un cambio di paradigma anche nella gestione. Propongo la nascita di una Fondazione di Comunità: uno strumento al servizio dell’università e dello sviluppo locale capace di raccogliere risorse, unire pubblico, privato e terzo settore, garantire continuità e visione di lungo termine. Solo con un modello condiviso e partecipato possiamo costruire un’università all’altezza delle sfide del futuro.
In conclusione, quale messaggio vorrebbe lanciare da questo luogo simbolico che è diventato il PalaSì!?
Che l’università non è un’astrazione, non è un corpo estraneo alla città. È una componente viva dell’economia, del tessuto sociale, del destino di Terni. E che oggi più che mai serve fiducia, visione, chiarezza di idee, progetti concreti e, soprattutto, coraggio collettivo e speranza. Il futuro si costruisce insieme.