Rotolando verso Sud: Terni e l’Umbria sempre più “al verde”, si risparmia per paura

La Conca fa meglio del capoluogo regionale ma c'è poco da gioire: stipendi bassi corrispondono a meno soldi "sotto al materasso". Pesano incertezza per il futuro, inflazione e scarsissima produttività del comparto lavorativo regionale e particolarmente ternano. E chi risparmia lo fa perchè teme di non arrivare a fine mese

“Rotolando verso Sud” cantavano i Negrita giusto vent’anni fa. Non c’è frase migliore per indicare il declino dell’Umbria, economico e sociale. A confermarlo alcuni dati macroeconomici.

Nella regione la propensione al risparmio è tra le più basse d’Italia, soprattutto se confrontata con il resto del Centro-Nord. A certificarlo è l’ultima indagine del Centro Studi delle Camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne”, realizzata in collaborazione con Unioncamere e integrata dai dati elaborati dalla Camera di Commercio dell’Umbria.

Le famiglie umbre riescono a risparmiare in media il 6,4% del proprio reddito, contro una media nazionale dell’8,3% e del 7,5% per il Centro Italia. È il dato più basso tra le regioni del Centro-Nord, superato solo dalle realtà del Mezzogiorno, come Basilicata (6%), Sicilia e Sardegna (4,5%). Sul fronte opposto della classifica, primeggiano Piemonte (11,2%), Lombardia (10,9%) ed Emilia-Romagna (10,3%).

Terni in questo quadro fa poco meglio di Perugia con una propensione al risparmio del 6,9% contro il 6,5% del capoluogo. Ma entrambe si collocano nella parte medio-bassa della graduatoria nazionale: Terni è 73ª su 107 province, Perugia è 82ª. In termini assoluti, i risparmi sono pari a 282,5 milioni per il Ternano e 905,4 milioni per il Perugino.

Il leggero aumento rispetto al 2019 – Terni dal 6,2% al 6,9%, Perugia dal 5,9% al 6,5% – non è un segnale di benessere. Come spiegano gli esperti, si tratta di un risparmio “difensivo”, determinato dall’inflazione e dall’incertezza diffusa. L’aumento dei prezzi tra il 2022 e il 2023 ha infatti eroso il potere d’acquisto, spingendo molte famiglie a incrementare gli accantonamenti per compensare la svalutazione del risparmio preesistente. Allo stesso tempo, le crisi globali – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, fino al caro energia – hanno generato un clima di insicurezza che frena i consumi e spinge a mettere da parte anche piccole somme, a scapito della qualità della vita quotidiana.

A tutto ciò si aggiungono i costi crescenti per sanità, istruzione e assistenza, che le famiglie devono affrontare spesso senza un welfare adeguato. Le spese per cure private, studi fuori regione, servizi agli anziani e bollette spingono a un risparmio non orientato all’investimento, ma alla sopravvivenza.

“Il vero nodo strutturale è la scarsa produttività”, sottolinea Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria. “Il basso livello dei redditi, specchio di un lavoro spesso povero e di profitti aziendali limitati, non aiuta certo la propensione al risparmio”, spiega aggiungendo che è necessaria una svolta profonda per rilanciare il sistema regionale.

“Serve una spinta decisa sull’innovazione, sulla transizione digitale ed ecologica, e sulla formazione continua”,  prosegue Mencaroni, rilanciando l’idea di un “New Deal umbro” che coinvolga istituzioni locali, forze economiche e governo nazionale. “La vera sfida è fermare lo scivolamento dell’Umbria verso il Mezzogiorno, un processo iniziato almeno vent’anni fa”.

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7 mesi fa

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