Il potere delle acque: una nuova cultura per il bene comune

Cristina Montesi (Università di Perugia): “Gestire l’acqua con giustizia e visione è una scelta di civiltà”

Cristina Montesi

Durante la tre giorni al PalaSì! di Terni, il tema dell’acqua si è imposto come nodo centrale per lo sviluppo sostenibile del territorio. Cristina Montesi, docente del Dipartimento di Economia dell’Università di Perugia, ha offerto una riflessione profonda e articolata, intrecciando proposte concrete con un’analisi culturale e politica sul significato dell’acqua come bene comune. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua visione.

Professoressa Montesi, che bilancio fa dell’evento “Il potere delle acque”?

Il PalaSì! si è dimostrato ancora una volta un think tank produttivo: uno spazio che valorizza il confronto tra visioni diverse e le trasforma in proposte concrete. L’acqua è emersa come un tema strategico, non solo per l’ambiente, ma anche per la salute, l’agricoltura, l’industria, il turismo, la storia e cultura locale, l’energia e la coesione sociale del territorio.

Lei ha avanzato proposte importanti sul fronte della gestione regionale dei canoni idrici. Ce le può sintetizzare?

Ritengo utile istituire un ente pubblico di secondo livello dedicato alla gestione strategica dei canoni idrici, la cui distribuzione andrebbe riequilibrata elevando la quota destinata ai comuni territorialmente interessati dagli impianti di grandi derivazioni (attualmente pari soltanto al 35 per cento della componente fissa dei canoni secondo la Legge regionale 6 marzo 2023, n. 1). Queste risorse, se amministrate dall’ente predetto con lungimiranza e senza il rigido vincolo di destinazione prestabilito dalla Regione Umbria, potrebbero finanziare opere fondamentali come la costruzione del nuovo ospedale di Terni o il restauro del vecchio. È una scelta che unisce sussidiarietà verticale, giustizia territoriale e visione sistemica.

Ha parlato anche di idrogeno verde. In che modo si lega al tema dell’acqua?

Attraverso l’elettrolisi effettuata con l’impiego di energia idroelettrica, l’acqua può diventare fonte di idrogeno “verde”: un combustibile pulito che apre la strada alla creazione di una Hydrogen Valley e, perché no, a una futura acciaieria sostenibile. È un’opportunità concreta per un territorio come il nostro, che ha già una forte vocazione industriale.

Ha espresso forti riserve invece sull’ipotesi di una centrale nucleare. Perché?

Anche nelle versioni più tecnologicamente avanzate, una centrale nucleare consuma enormi quantità d’acqua per il raffreddamento del reattore. Oltre a questo limite, il nucleare genera un clima di insicurezza che rischia di allarmare i residenti ed allontanare i turisti. Non si concilia con una visione di Terni come città orientata alla sostenibilità e al turismo ambientale.

C’è anche una riflessione più profonda, quasi filosofica, nel suo intervento…

Sì, perché il tema dell’acqua ci costringe a scegliere tra due visioni culturali. Da un lato, quella che la considera sacra: fonte di vita, diritto universale, bene ecologico. Dall’altro, l’idea dell’acqua come merce, soggetta a logiche di mercato. Entrambe cercano risposte alla scarsità, ma con esiti etici e politici radicalmente diversi.

Quali cambiamenti suggerisce nella governance dell’acqua?

Oggi il Servizio Idrico Integrato è gestito con modelli che escludono una reale partecipazione dei cittadini. Serve un cambio di paradigma: occorre coinvolgere le associazioni dei consumatori e rappresentanti della cittadinanza. Solo così potremo garantire una gestione equa, trasparente e orientata al bene comune.

Come si costruisce questa nuova cultura dell’acqua di cui parla?

Attraverso la partecipazione e la responsabilità condivisa. Prendiamo spunto dalla gestione comunitaria dei beni comuni come l’acqua proposta da Elinor Ostrom come terza via tra mercato e Stato, una via più efficiente, equa, sostenibile grazie all’autogoverno della risorsa idrica da parte di una comunità tramite regole concordate al suo interno nel rispetto però anche di altre condizioni istituzionali. Ma vi sono anche forme innovative di co-management pubblico-privato dell’acqua: strumenti come i “contratti di fiume” o gli “accordi volontari” tra imprese e pubblica amministrazione sono già in uso in altri territori: potremmo adottarli anche qui per migliorare l’efficienza e la sostenibilità delle risorse idriche.

In chiusura, una sintesi della sua visione?

L’acqua è un bene comune globale. Va gestita secondo un’etica che metta al centro la vita, la cooperazione e la giustizia intergenerazionale ed interspecie. Solo così possiamo costruire una nuova cultura dell’acqua: condivisa, partecipata e profondamente civile.

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