L’incredibile storia di Juliana: dal Brasile a Terni con due lauree, ma non può lavorare

La vicenda della donna raccontata da Avvenire: "Nessuno mi ha mai voluto fare i documenti per il ricongiungimento con i miei familiari a Terni, anche se ne avevo i requisiti. Così adesso senza cittadinanza, non posso praticamente fare nulla"

La storia è arrivata a livello nazionale perchè ne ha parlato il quotidiano Avvenire, ma chi nei giorni scorsi era in piazza della Pace per l’iniziativa Voci dal Mondo organizzata dal settimanale La Voce e dall’Università per Stranieri ne ha avuto un assaggio.

Juliana Casaes Santana Pimentel Xavier, 39 anni è il simbolo di come la legge italiana sull’immigrazione sia punitiva per gli stranieri solo per il fatto di essere tali, ma anche di come anche quando le leggi ci sono, si preferisca non applicarle. Perchè è facile prendersela con gli immigrati che arrivano nei barconi. Fa comodo ed evita problemi. Se ci fosse davvero la volontà di favorire l’integrazione, storie come quella di Juliana non dovrebbero esistere.

Perchè Juliana ha due lauree ed in Italia ci è arrivata dal suo Brasile comodamente seduta su un aereo di linea, pagandosi il biglietto: “Volevano contestarmi perfino questo- racconta – cioè mi chiedevano come mai una nella mia situazione fosse venuta in Italia. Invece non avrebbero dovuto fare domande, ma solo applicare la legge, visto che avevo i requisiti”. Invece la legge non è stata applicata e Juliana con tutta la famiglia si è ritrovata clandestina, per negligenze altrui e suo malgrado.

Juliana, 39 anni non è scappata da una guerra come la si intende, ma è come se lo fosse: 6anni fa ha scelto l’Italia per scappare dal suo Brasile, dove le bande e la guerriglia urbana le avevano distrutto testa e impresa: Avevo un’agenzia di servizi per le imprese a Rio de Janeiro – racconta – e prima mi ero laureata in Storia e Teologia. Funzionava bene, fino a quando la microcriminalità non è arrivata a solcare le strade e fin dentro la mia attività. Mi hanno più volte devastato la sede e puntato una pistola alla tempia. Ne sono uscita viva, ma sono entrata in depressione, mi venivano gli attacchi di panico e non ce l’ho più fatta. Andare via dal Brasile era l’unica strada. Sono venuta in Italia, su proposta del secondo marito di mia madre, che vive a Terni. Pensavo di poter voltare pagina e invece è iniziato l’inferno”.

Quando a Juliana, suo marito e suo figlio (allora 5 anni) scade il visto turistico, sembrava tutto già scritto, perchè il marito veniva a Terni con una proposta di lavoro pronta e la madre di Juliana viveva in città da tempo col nuovo compagno “C’erano tutti i requisiti per avere il ricongiungimento e restare qui. Ma nessuno in Questura mi ha mai detto che questo era possibile: l’unica frase che ho sempre sentito pronunciare, qualunque cosa chiedessi è: non si può. Per quale motivo, visto che invece si poteva?”

Seguono cinque mesi di inferno, perchè seguendo un cattivo consiglio, Juliana  e i suoi, che non conoscono ancora le leggi italiane ed europee, vanno in Inghilterra: “Ci avevano detto che rientrando dopo 7 giorni si sarebbe riattivato il visto turistico”. Ma ovviamente non è vero ed è così che vengono rispediti in Italia come clandestini. A quel punto Juliana e la sua famiglia vengono trattenuti negli uffici di polizia dell’aeroporto di Roma: “Vlevano farmi firmare un documento – racconta – ma io non conoscevo ancora l’italiano: ho chiesto che me lo leggessero, ma nessuno ha voluto. Così mi sono rifiutata di firmare. A quel punto ci hanno lasciati li. Non potevamo uscire nemmeno per comprare il cibo, ma nessuno se n’è preoccupato, se non un agente dopo molto tempo. Mio figlio è rimasto traumatizzato e ancora oggi quando andiamo in Questura per rinnovare la nostra posizione, piange”.

Quando finalmente, grazie ad un avvocato, riescono a lasciare Roma con destinazione Terni (ma solo come richiedenti asilo) le cose cambiano, ma in peggio. Se infatti il marito riesce ad avere un permesso di lavoro, in Questura Juliana trova un muro: “Ne ho viste di tutti i colori – racconta – bastava firmare le carte e avrei avuto il ricongiungimento, tanto più che mia madre nel frattempo è divenuta italiana per matrimonio. Ma nessuno ha mosso un dito. Hanno cominciato a farmi domande sul perchè io fossi qui dal Brasile, come se uno che arriva dal Brasile non abbia diritto a cambiare vita e ogni volta che mi sono presentata per regolarizzare la posizione sono sempre stata respinta con una scusa diversa”.

Fino al culmine: “All’ennesima richiesta di spiegazioni hanno provato persino a rimandarmi in Brasile sfruttando il fatto che il visto turistico era scaduto”. Ci vuole ancora il legale per fargli avere il ricongiungimento.

Ma l’odissea non è finita, perchè quando Juliana si mette in moto per cercare lavoro, scopre che il titolo di studio conseguito in Brasile, nella Ue è carta straccia. Juliana però non si abbatte e a 34 anni si iscrive a Scienze Sociali a Perugia. Nel febbraio 2023 si laurea assistente sociale e inizia a collaborare col centro antiviolenza di Terni. Tutto a posto, penserete voi: con due lauree, quattro lingue parlate, una famiglia con stipendio regolare e tasse pagate qui. E invece no: “Non posso fare niente, se non la badante o poco altro. Perchè? Semplice, non sono cittadina italiana. Dunque non posso fare i concorsi, non posso insegnare, non posso fare nulla nel settore pubblico”. Potrebbe lavorare nel privato, certo. Ma chi assumerebbe una che per l’Italia è cittadina straniera anche se sta qui da tempo?

Juliana e suo figlio potranno diventare italiani non prima del 2026. Sempre che nel frattempo  le leggi non cambino ancora.

 

 

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