Desertificazione demografica e commerciale, ma anche la crisi di un territorio, quello ternano, che non si è praticamente mai ripreso da terremoto e pandemia. Il quadro tracciato da Sos Imprese e Confratigianato dell’economia ternana dipinge uno scenario drammatico, nel quale l’usura e la criminalità di fanno sempre più largo.
Partendo anche dalle più recenti indagini delle forze dell’ordine emergono alcuni dati in parte già noti ma non per questo meno sconcertanti: i boss – anche quelli al 41 bis – controllano l’usura e anche le attività criminali direttamente dalle carceri di Spoleto e Terni e i bocconi prelibati e più richiesti sono il piano di ricostruzione post sisma (minore in provincia di Terni) e i circa 600 progetti per 200 milioni di euro legati al Pnrr.
Emerge in questo quadro l’attività di alcune grandi famiglie mafiose che operano nel ternano e in generale in Umbria: i Casalesi, i Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano, i Grandi Arcari di Cutro, i Comisso di Siderno, i Terracciano dell’Agro Nolano e personaggi legati ai Farao Marincola del crotonese. Non tutti presenti a Terrni ma fortemente radicati sul territorio regionale. La ‘ndrangheta, come emerge, si occupa soprattutto di acquisire aziende pulite ma in crisi per partecipare agli appalti pubblici. A fianco a questo, emerge l’attività di riciclaggio, quando non di realtà commerciali direttamente legate alla mafia, particolarmente nei subappalti (con risparmi notevoli su manodopera e smaltimento di rifuti ferrosi ed inerti), giochi e scommesse illegali; ristorazione e discoteche; autotrasporto; autosaloni di usato.
A farne le spese – come emerso anche dal convegno di Confartigianato andato in scena ieri – soprattutto i piccoli imprenditori che vanno in crisi e perdono tutto. Quello che emerge – scrive Sos Imprese – “è una capacità di adattamento camaleontico delle organizzazioni criminali, capace di tenere insieme arretratezza e modernità. Saper conciliare sistemi antichi di affiliazione e sopraffazione, ad una innovativa capacità di “fare impresa”, di entrare nel mercato, di eludere la risposta repressiva della
Stato, mimetizzandosi nei contesti più diversi, compresi quei territori che un tempo erano considerati impermeabili. L’attività usuraia, intesa come fase patologica-criminale del più vasto campo del mercato del credito illegale, descrive bene queste capacità di mescolanza vecchio-nuovo, sia per i prestatori, che le vittime. Considerato un fenomeno, fino a qualche anno fa, legato alla marginalità sociale e al mondo del vizio, prospera oggi nei contesti più vari ed insospettabili, e rappresenta una risorsa florida per il variegato mondo che gira intorno allo “strozzo”. Che in molti casi, come è stato spiegato, per i ternani avviene su Roma, lontano da occhi indiscreti e con maggiore possibilità di approvvigionamento anche col “passaparola”.
Il lento declino dell’economia “per bene”
L’indebitamento delle imprese nel ternano non è ancora a livelli preoccupanti come per esempio a Rieti, Viterbo o Perugia, ma è in costante crescita dal 2014 a questa parte e il dato si riflette ovviamente anche sulle famiglie. Dunque l’usura di oggi è figlia soprattutto dell’emergenza finanziaria: “La chiusura di moltissime attività lavorative – prosegue il rapporto – ha messo in crisi anche la coesione sociale. Agli storici problemi della deindustrializzazione, va aggiunta una lotta “a mani nude” del commercio di vicinato e delle botteghe artigiane contro grandi gruppi maggiormente capaci di remunerare la rendita immobiliare”.
A Terni, così come a Viterbo e Rieti, si aggiungono la desertificazione anagrafica e quella commerciale con la chiusura di tante botteghe artigiane, che rappresentavano anche luoghi incontro: è questo il quadro nel quale si muove l’usura, preferita da molti imprenditori all’inserimento nella black list da parte delle banche. Terni, come indica il il dato del Ministero è in una situazione ancora di richiso medio basso, con un indice di fragilità economico-finanziaria di 4,73 a fronte per esempio dell’11,4 di Roma ed un un indice di presenza usuraia di 5,2 (in linea con la media italiana) ma questo non deve essere motivo di serenità perchè come spiega il rapporto, i prestiti alle imprese sono sempre meno: “L’intensità della flessione – sottolinea il rapporto – è andata attenuandosi per le imprese di maggiori dimensioni, mentre si è accentuata per quelle più piccole. I prestiti al settore privato non finanziario ha continuato a ritrarsi (-3,1% a giugno 2024) . La contrazione è stata trainata dagli alti tassi di interesse, e un andamento restrittivo dell’offerta. Va rilevato che questo elemento è da annotarsi all’irrigidimento nella richiesta di maggior garanzie e nell’aumento dei margini applicati ai finanziamenti più rischiosi”