Acquedotto Scheggino-Terria: tre comitati presentano osservazioni contro il progetto idrico in Valnerina

Sostenibilità, rischio sismico e perdite idriche al 50%: le criticità sollevate contro l'opera finanziata dal PNIISS che preleverà 200 litri al secondo dal sottosuolo di Scheggino

Il comitato Noi Amiamo Ferentillo, insieme a Italia Nostra Valnerina e Patrimonio Valnerina, ha presentato formali osservazioni al progetto del Servizio Idrico Integrato (SII) per la realizzazione di un nuovo acquedotto nella Valnerina, in Umbria. L’opera, finanziata con risorse del Piano Nazionale per Interventi Infrastrutturali per la Sicurezza del Settore Idrico (PNIISS), prevede il prelievo di 200 litri al secondo da due pozzi esistenti nel territorio di Scheggino, mai attivati né collegati a una rete idrica sin dalla loro realizzazione negli anni Novanta. Il ricorso si concentra sull’efficacia e sulla sostenibilità dell’intervento, contestato sotto molteplici profili tecnici e ambientali.

Il progetto e le sue premesse

L’infrastruttura in questione collegherebbe i pozzi di Scheggino al serbatoio del campo pozzi di Terria attraverso un acquedotto di 4,5 chilometri. Il nodo critico evidenziato nei documenti tecnici è la già accertata insufficienza del campo pozzi di Terria: a fronte di una portata dichiarata in progetto di 400 litri al secondo, il prelievo effettivo attuale risulta inferiore alla metà. Una criticità che, secondo i comitati, renderebbe il nuovo intervento strutturalmente inadeguato a risolvere la carenza idrica che si propone di affrontare.

A rafforzare le perplessità tecniche, un geologo consultato dal comitato “No Acquedotto” aveva già espresso in un incontro ufficiale una valutazione precisa: «In una faglia sismica attiva, non si devono fare pozzi profondi, perché con i terremoti, anche di lieve entità, gli strati rocciosi profondi delle faglie si fratturano e l’acqua si può spostare dalla zona di attingimento della falda fino a sparire». La zona interessata dal progetto è classificata ad elevata sismicità, elemento che secondo i tecnici aumenta significativamente il rischio di perdita della risorsa idrica captata.

La rete “colabrodo” e l’eredità del 2018

I comitati inquadrano il progetto Scheggino-Terria come la replica di un modello già sperimentato con l’acquedotto Terria-Pentima del 2018: uno schema basato sullo sfruttamento della falda per alimentare una rete di distribuzione caratterizzata da perdite idriche stimabili intorno al 50%. Oltre alle dispersioni nella rete, vengono segnalate ulteriori criticità: la fuoriuscita di acqua potabile dagli sfiori dei bottini e la mancata attuazione di sistemi di raccolta dell’acqua piovana negli edifici, ritenuta funzionale a usi civili non potabili come irrigazione e scarichi.

L’investimento pubblico con fondi PNIISS viene pertanto giudicato antieconomico, in quanto non affronta le cause strutturali dello spreco idrico, ma si limita ad aumentare il prelievo da una falda già sotto pressione.

Il rischio per il fiume Nera

La questione più ampia sollevata nei documenti riguarda la tenuta ecologica del fiume Nera, asse portante dell’intera Valnerina. La progressiva diminuzione delle nevicate sugli Appennini sta già rallentando la ricarica delle falde profonde. L’incremento degli emungimenti in questo contesto, secondo i comitati, potrebbe ridurre la portata del Nera fino al cosiddetto “deflusso minimo vitale”: la soglia al di sotto della quale un corso d’acqua non è più in grado di sostenere un ecosistema funzionale.

Le conseguenze non sarebbero solo naturalistiche. Il Nera costituisce la base economica di numerose attività locali — turismo fluviale, rafting e pesca — che dipendono direttamente dalla portata e dalla qualità delle acque. Un processo di resilienza biologica indotta dall’attività estrattiva, avvertono i comitati, potrebbe alterare in modo irreversibile l’intero bacino idrografico.

Il principio di sostenibilità come fulcro del ricorso

Il ricorso dei tre comitati richiama esplicitamente il principio di sostenibilità come cardine della politica ambientale ed economica dell’Unione Europea, ritenendo che l’opera — finanziata con risorse pubbliche europee e nazionali — non rispetti tale criterio. In un contesto di cambiamenti climatici accelerati, la scelta di aumentare il prelievo da falde vulnerabili, anziché intervenire sulle perdite della rete esistente e promuovere il risparmio idrico, viene contestata come contraria ai principi di precauzione e buona amministrazione delle risorse naturali.

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