Il suicidio di un detenuto nel carcere di Terni ha riacceso i riflettori sulle falle del sistema penitenziario e sulle gravi carenze nei servizi di salute mentale. A prendere posizione sono stati Maria Grazia Proietti (PD) e Luca Simonetti (M5S), consiglieri regionali, che hanno risposto duramente alle dichiarazioni del sindaco Stefano Bandecchi, accusandolo di strumentalizzare politicamente la tragedia. Bandecchi si era scagliato contro Regione e Asl, additandole come responsabili della morte.
“Quella morte – affermano – è il sintomo di una crisi sistemica che va oltre le mura del carcere: riguarda la gestione della doppia diagnosi, la carenza di strutture alternative alla detenzione e l’assenza di una rete integrata tra giustizia e sanità”. I due consiglieri hanno sottolineato come la compresenza di disturbi psichiatrici e dipendenze sia oggi una condizione sempre più diffusa, spesso affrontata nel silenzio e senza adeguati strumenti terapeutici.
La doppia diagnosi, spiegano, non è una somma di problemi, ma una condizione complessa che necessita di interventi integrati, continui e soprattutto umani. Ma il carcere, in assenza di supporti adeguati, diventa un amplificatore di disagio: quasi un detenuto su tre presenta dipendenze attive, e i casi di doppia diagnosi sono tra i più critici da gestire.
Nel mirino di Proietti e Simonetti c’è anche una certa narrazione politica che, a loro dire, “si attiva solo dopo le tragedie, cercando colpevoli invece di risposte concrete”. Hanno invece voluto mettere in luce l’impegno quotidiano di agenti, educatori e operatori sanitari all’interno degli istituti penitenziari, che troppo spesso operano in condizioni limite senza adeguato riconoscimento o supporto formativo.
I due consiglieri denunciano inoltre l’assenza di coordinamento strutturale tra enti locali, servizi sociali, sanità e giustizia, sottolineando come, per anni, i servizi territoriali abbiano operato “con abnegazione ma senza risorse”. Serve, dicono, un’inversione di rotta: ascolto, investimenti, potenziamento dei servizi, e soprattutto la capacità di mettere la persona al centro, prima ancora del reato commesso.
Tra le proposte avanzate, emerge con forza la richiesta di modificare la legge regionale 23/2003 sull’Edilizia Residenziale Sociale, affinché riconosca esplicitamente il diritto a un alloggio protetto per chi affronta percorsi di cura e reinserimento. “In certi casi – spiegano – avere una casa non è un premio, ma una precondizione per la salute e per il ritorno all’autonomia”.
Critiche anche al Piano Sanitario Regionale, accusato di aver “clamorosamente dimenticato” la salute mentale, oggi più che mai elemento centrale di una società inclusiva. Proietti e Simonetti chiedono che venga restituita dignità a questo ambito, con servizi integrati e un welfare territoriale capace di prevenire e accompagnare.
“Solo con una politica capace di unire giustizia sociale, prevenzione e dignità – concludono – si possono evitare nuove tragedie e dare significato concreto alle parole cura, prossimità, responsabilità”.