Crescono i redditi in Umbria, ma Terni va molto più lenta

Perugia e Terni a velocità diverse, ma la regione guadagna posizioni nella classifica nazionale dei redditi dichiarati

L’Umbria si colloca tra le regioni italiane con la crescita reale del reddito medio dichiarato più elevata degli ultimi dieci anni. Secondo l’analisi pubblicata domenica dal Sole 24 Ore sulle dichiarazioni dei redditi 2025 — riferite all’anno d’imposta 2024 — gli umbri hanno dichiarato in media 23.860 euro, con un aumento reale del 5,8 per cento rispetto al 2015, che vale l’ottavo posto in Italia. Un risultato che riduce, pur senza colmarla, la distanza dal dato nazionale e dalle regioni più ricche del paese.

La classifica nazionale e il posizionamento dell’Umbria

La media nazionale si attesta a 24.890 euro, ancora superiore a quella umbra. Davanti alla regione si trovano la Toscana, con 25.170 euro, e l’Emilia-Romagna, con 26.830. Tuttavia, guardando non ai valori assoluti ma alla dinamica di crescita nel tempo, il quadro si ribalta parzialmente: l’Umbria supera diverse regioni del Centro-Nord, che negli ultimi anni hanno registrato incrementi reali inferiori alla media.

La classifica della crescita reale decennale è guidata dalla Provincia autonoma di Bolzano (+7,7 per cento), seguita da alcune regioni meridionali come Basilicata (+7,6), Molise (+7,4) e Abruzzo (+7,2). L’Umbria, con il suo +5,8, precede invece regioni come Liguria, Lazio, Piemonte, Toscana ed Emilia-Romagna, tutte al di sotto della media nazionale del 3,9 per cento. In provincia di Genova si registra addirittura una lieve diminuzione del reddito reale rispetto a dieci anni fa.

Il divario interno: Perugia cresce più di Terni

Uno degli elementi più significativi riguarda la differenza tra le due province umbre. Perugia registra un incremento nominale del +27,3 per cento e reale del +6,4 per cento, mentre Terni si ferma rispettivamente a +24,5 e +4 per cento. La regione, quindi, non cresce in modo omogeneo: il capoluogo e il suo territorio trainano la performance complessiva, mentre la provincia ternana mostra una dinamica più contenuta.

Perché il Sud cresce più in fretta: economia, PNRR e fisco

La tendenza umbra si inserisce in un contesto nazionale più ampio. Negli ultimi dieci anni la crescita dei redditi dichiarati è risultata più intensa nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord, per una combinazione di fattori strutturali ed economici.

Sul versante economico, alcune regioni meridionali hanno registrato ritmi di espansione leggermente superiori, mentre il Nord è stato penalizzato dalle difficoltà dell’industria manifatturiera europea e, in particolare, dal rallentamento della Germania, con cui molte imprese settentrionali hanno forti legami produttivi e commerciali.

Sul fronte degli investimenti pubblici, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha destinato circa il 40 per cento delle risorse al Mezzogiorno, con interventi concentrati soprattutto in infrastrutture. Questi investimenti hanno sostenuto l’occupazione e, di riflesso, i redditi dichiarati, partendo tuttavia da livelli di base più bassi.

Un terzo fattore riguarda il contrasto all’evasione fiscale. Il rafforzamento della capacità di controllo dell’amministrazione finanziaria e la diffusione di strumenti per l’adempimento spontaneo hanno favorito una maggiore emersione dei redditi, soprattutto nelle aree dove l’evasione era tradizionalmente più elevata. Una parte degli incrementi registrati nelle statistiche, quindi, non corrisponde a un reale aumento dei guadagni, ma a una quota di redditi che prima non veniva dichiarata.

Il divario Nord-Sud si riduce, ma le classifiche restano invariate

Il risultato complessivo di questi processi è una riduzione lenta ma progressiva delle distanze storiche tra le diverse aree del paese. Le classifiche per valori assoluti restano sostanzialmente stabili, con le regioni settentrionali in testa e quelle meridionali in coda. Tuttavia il gap si è assottigliato: il reddito medio dichiarato in Calabria, per esempio, è passato dal 61,8 per cento di quello lombardo nel 2015 al 64,1 per cento nel 2024.

Redazione

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