Cristina Montesi (Dipartimento Economia Università di Perugia) – Dalla visione alla politica: il verde come strumento contro il cambiamento climatico

Il verde urbano è una leva strategica, ma solo se sostenuto da pianificazione, risorse e continuità

CRISTINA MONTESI

Che ruolo ha oggi il verde nella sfida climatica?

Ha un ruolo centrale, perché le città sono contemporaneamente le maggiori responsabili delle emissioni (attraverso mobilità, riscaldamento ed edilizia) e le principali vittime dei cambiamenti climatici. Il verde lavora su un doppio fronte: funziona come strategia di “mitigazione”, catturando la CO₂, e come strategia di “adattamento”, poiché aiuta a contrastare gli eventi meteo estremi, le alluvioni e il dissesto idrogeologico. Per far funzionare questa macchina naturale, dovremmo deforestare di meno, curare le piante esistenti e arricchire le aree con nuove piantumazioni.

Quali sono gli effetti più concreti del verde urbano?

I benefici diretti sono tangibili: abbassando le temperature, si riduce drasticamente l’energia necessaria per i climatizzatori e si attenuano i rumori, tutelando salute e biodiversità. Ma ci sono anche immensi effetti sociali ed economici: i parchi diventano luoghi chiave per la socializzazione e il civismo, alimentando reti di associazionismo e “patti di collaborazione” (il Comune di Terni ne conta ben 44). Inoltre, una città più verde favorisce il turismo, permette la produzione di cibo tramite l’agricoltura urbana e fa crescere il valore stesso degli immobili.

Nel dibattito è emersa la necessità di pianificare. Quanto è importante questo passaggio e in cosa si traduce operativamente?

È il fondamento assoluto. Seguendo anche le indicazioni della FAO, serve una strategia chiara che si traduca in interventi mirati: ridurre i parcheggi a raso in favore delle aree verdi, incrementare i tetti verdi, usare la fitodepurazione per bonificare siti inquinati e dismessi. Bisogna trasformare in “oasi verdi” i cortili di scuole, ospedali e condomini, creando orti urbani e boschi orbitali. La grande sfida è la “demineralizzazione”: dobbiamo togliere asfalto e cemento per rimettere a terra la natura, connettendo i parchi isolati attraverso reti e corridoi ecologici.

Le politiche europee possono essere un’opportunità?

Certamente, perché mettono a disposizione la cornice normativa e le risorse economiche. Basti pensare agli “Urban greening plans” europei per le città sopra i 20.000 abitanti o alla “New Forest Strategy 2030”, che mira a piantare 3 miliardi di alberi concentrandosi proprio sulle aree urbane. Anche l’Italia ha le sue strategie per forestazione e biodiversità, ma il livello decisivo è quello della sussidiarietà locale: è la città l’attore principale che deve avere la capacità progettuale per intercettare i fondi e attuare i piani.

Qual è il rischio principale oggi e a quali modelli ci si può ispirare?

Il rischio è restare fermi alle enunciazioni di principio, senza una governance adeguata. Dovremmo mutuare buone pratiche, guardando a esempi come quello di Milano, che già nel 2017 ha nominato un “Manager urbano della resilienza” (chief resilient officer). Questa figura coordina un team interdisciplinare che unisce urbanistica, ambiente, welfare e protezione civile, e con questo metodo strutturato è riuscita a piantare 600.000 alberi.

Qual è quindi la priorità per Terni?

Passare dalla visione alla realizzazione strutturando un grande piano di riforestazione allargata (anche alla provincia), partendo dall’inventario del verde esistente. È prioritario stabilire i criteri, avviare progetti pilota, gestire i finanziamenti e implementare un monitoraggio costante, comunicando alla cittadinanza i risultati ottenuti per rendere queste trasformazioni patrimonio condiviso e duraturo.

Redazione

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