Che ruolo ha oggi il verde nella sfida climatica?
Ha un ruolo centrale, perché le città sono contemporaneamente le maggiori responsabili delle emissioni (attraverso mobilità, riscaldamento ed edilizia) e le principali vittime dei cambiamenti climatici. Il verde lavora su un doppio fronte: funziona come strategia di “mitigazione”, catturando la CO₂, e come strategia di “adattamento”, poiché aiuta a contrastare gli eventi meteo estremi, le alluvioni e il dissesto idrogeologico. Per far funzionare questa macchina naturale, dovremmo deforestare di meno, curare le piante esistenti e arricchire le aree con nuove piantumazioni.
Quali sono gli effetti più concreti del verde urbano?
I benefici diretti sono tangibili: abbassando le temperature, si riduce drasticamente l’energia necessaria per i climatizzatori e si attenuano i rumori, tutelando salute e biodiversità. Ma ci sono anche immensi effetti sociali ed economici: i parchi diventano luoghi chiave per la socializzazione e il civismo, alimentando reti di associazionismo e “patti di collaborazione” (il Comune di Terni ne conta ben 44). Inoltre, una città più verde favorisce il turismo, permette la produzione di cibo tramite l’agricoltura urbana e fa crescere il valore stesso degli immobili.
Nel dibattito è emersa la necessità di pianificare. Quanto è importante questo passaggio e in cosa si traduce operativamente?
È il fondamento assoluto. Seguendo anche le indicazioni della FAO, serve una strategia chiara che si traduca in interventi mirati: ridurre i parcheggi a raso in favore delle aree verdi, incrementare i tetti verdi, usare la fitodepurazione per bonificare siti inquinati e dismessi. Bisogna trasformare in “oasi verdi” i cortili di scuole, ospedali e condomini, creando orti urbani e boschi orbitali. La grande sfida è la “demineralizzazione”: dobbiamo togliere asfalto e cemento per rimettere a terra la natura, connettendo i parchi isolati attraverso reti e corridoi ecologici.
Le politiche europee possono essere un’opportunità?
Certamente, perché mettono a disposizione la cornice normativa e le risorse economiche. Basti pensare agli “Urban greening plans” europei per le città sopra i 20.000 abitanti o alla “New Forest Strategy 2030”, che mira a piantare 3 miliardi di alberi concentrandosi proprio sulle aree urbane. Anche l’Italia ha le sue strategie per forestazione e biodiversità, ma il livello decisivo è quello della sussidiarietà locale: è la città l’attore principale che deve avere la capacità progettuale per intercettare i fondi e attuare i piani.
Qual è il rischio principale oggi e a quali modelli ci si può ispirare?
Il rischio è restare fermi alle enunciazioni di principio, senza una governance adeguata. Dovremmo mutuare buone pratiche, guardando a esempi come quello di Milano, che già nel 2017 ha nominato un “Manager urbano della resilienza” (chief resilient officer). Questa figura coordina un team interdisciplinare che unisce urbanistica, ambiente, welfare e protezione civile, e con questo metodo strutturato è riuscita a piantare 600.000 alberi.
Qual è quindi la priorità per Terni?
Passare dalla visione alla realizzazione strutturando un grande piano di riforestazione allargata (anche alla provincia), partendo dall’inventario del verde esistente. È prioritario stabilire i criteri, avviare progetti pilota, gestire i finanziamenti e implementare un monitoraggio costante, comunicando alla cittadinanza i risultati ottenuti per rendere queste trasformazioni patrimonio condiviso e duraturo.
Seguici su
Aggiungi ternitomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.