Architetto Andreani, quale ruolo ha il paesaggio nel raccontare la nostra storia urbana?
Il paesaggio è un archivio vivente della nostra storia. Le acque, i fiumi, portano con sé segni e tracce del nostro passato. Ho analizzato mappe antiche, dal 1640 al dopoguerra, e tutte parlano di un legame forte tra Terni e il suo fiume. Oggi questo legame si è in parte smarrito: il fiume è stato dimenticato, relegato dietro la città, trattato come un margine. Ma non dovrebbe essere così.
Ci sono stati tentativi recenti di recuperare questo legame?
Sì, negli ultimi trent’anni si è provato a riappropriarsi del fiume. Ma ciò che è emerso è un “quarto paesaggio”: frammenti di riqualificazione, percorsi interrotti, connessioni ambientali isolate. Sono semi, ma manca una visione d’insieme. Serve un progetto corale, sistemico, non interventi sparsi.
Quale visione immagina per il futuro del sistema fluviale ternano?
Immagino un vero parco fluviale continuo, accessibile, curato. Non una somma di tratti scollegati, ma un’infrastruttura verde e sociale che colleghi città, natura, turismo e cultura. Un paesaggio che sia il riflesso della comunità che lo abita. Prendiamo Piediluco: è un gioiello dimenticato. Deve tornare ad essere un nodo centrale, vissuto, integrato nella rete fluviale.
Quali strumenti sono necessari per realizzare questa visione?
Occorre rafforzare le politiche per il territorio, oggi troppo deboli di fronte alla complessità urbana. Servono risorse, certo, ma anche un cambio di paradigma: i canoni idrici, ad esempio, dovrebbero contribuire a rendere visibile la bellezza e a finanziare la cura del paesaggio. L’acqua può diventare il filo che rammenda, che collega e rigenera, ma abbiamo bisogno di una politica forte, condivisa e centrata sulla qualità del territorio.

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