Sergio Filippi, qual è il messaggio centrale che ha voluto lasciare durante “Il potere delle acque” a Terni?
L’acqua è potere, e il potere va restituito ai territori. Questa frase riassume il mio pensiero e vuole essere un invito all’azione. Abbiamo ascoltato interventi importanti, ricchi di storia e dati, ma ciò che conta davvero è la capacità di trasformare le parole in visione, governance e struttura concreta. L’energia prodotta dai nostri territori deve diventare una risorsa reale per chi li abita.
A cosa si riferisce parlando di mancanza di benefici concreti per i territori?
L’Umbria meridionale e il Reatino generano quasi un gigawatt di energia idroelettrica, ma le comunità locali non ne vedono alcun ritorno tangibile. Questo squilibrio va affrontato. Le attuali comunità energetiche, pur nate con buone intenzioni, sono troppo frammentate. Serve un approccio comprensoriale, una visione ampia, interconnessa e sostenibile.
Qual è la proposta concreta per superare questi limiti?
Propongo di integrare le comunità energetiche con le cooperative di comunità. Non si tratta solo di unire modelli giuridici, ma di costruire una vera e propria rinascita sociale. La cooperazione è un modo di vivere e di costruire insieme. Serve un nuovo protagonismo collettivo, orgoglioso e consapevole, capace di superare i limiti di un localismo sterile.
Qual è la visione di futuro per Terni, Rieti, l’Umbria e la Sabina?
Questi territori condividono un sistema idrico ed energetico naturale. Serve un progetto interregionale, concreto, amministrativo e progettuale, che parta dal basso ma guardi in alto. È necessario creare una Comunità Energetica Rinnovabile territoriale fondata sull’idroelettrico, ma capace di valorizzare anche il patrimonio boschivo. Questo significa economia circolare, filiera verde, sostenibilità reale.
Qual è il ruolo delle istituzioni locali in questo processo?
Le istituzioni devono tornare a essere rappresentanza autentica, coordinamento, pianificazione del futuro. Serve metodo, serve rappresentanza, serve un’agenda condivisa. Troppe volte le amministrazioni si trovano prive di strumenti. È ora di restituire loro funzione e responsabilità.
Esiste anche un rischio in questo processo?
Sì, il rischio è la chiusura identitaria, l’illusione dei confini, il “noi contro loro”. Il riscatto dell’acqua come bene delle comunità non deve diventare localismo sterile. Deve invece essere una leva di dialogo, di cooperazione tra mondi diversi. L’incontro di Terni ha dimostrato che è possibile: esperienze diverse hanno dialogato con una volontà comune di costruire.
E in conclusione, quale dovrebbe essere l’obiettivo della politica oggi?
Portare a sintesi tutte queste istanze. Non serve la contrapposizione sterile, ma la capacità di generare futuro. Se oggi abbiamo fatto anche solo un passo in quella direzione, allora abbiamo fatto qualcosa di importante. Viva la comunità, viva il confronto, viva il potere dell’acqua – non come forza da sfruttare, ma come bene da condividere.

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