Nel dibattito è emerso più volte il tema della partecipazione. Da dove nasce questo approccio?
Nasce dalla convinzione che il territorio da solo non basti. Anche in presenza di un enorme valore ambientale, come fiumi e boschi, se manca una comunità che lo vive e lo riconosce, quel valore rischia di restare inespresso. La nostra cooperativa di comunità si fonda proprio sull’idea che la tutela ambientale non possa essere separata dalla costruzione di relazioni e di una responsabilità condivisa.
In che modo questa visione si è tradotta in un progetto concreto?
Abbiamo avviato una cooperativa sociale di comunità per rimettere in moto relazioni, energie e progettualità in un luogo molto delicato. Il verde, il fiume, la gestione dei boschi e le risorse locali non sono stati pensati come temi separati, ma come parti di un unico grande processo. L’obiettivo è farne un vero parco, che non sia limitato alla sola tutela, ma che sia vissuto e riconosciuto.
Lei ha detto che i cittadini, se si attivano, possono ottenere risultati. Perché considera questo un messaggio importante?
Perché spesso si pensa che le trasformazioni siano possibili solo quando arrivano “dall’alto”. L’esperienza dimostra invece che quando una comunità si organizza, mette a leva le proprie risorse e si attiva dentro una progettualità seria, i risultati reali arrivano. Il punto decisivo per me è questo: bisogna passare dall’idea che i cittadini debbano solo chiedere all’idea che possano anche costruire in prima persona.
Nel dibattito si è parlato anche di “cura” del verde, non soltanto di progettazione. Quanto conta questa dimensione nel vostro modello?
Conta moltissimo, perché il verde non si realizza per poi essere abbandonato: richiede manutenzione, attenzione e presidio costante. Qui la comunità è decisiva: se un luogo è vissuto e le persone ne sentono la responsabilità, la cura diventa stabile ed efficace. Senza questa partecipazione, qualsiasi buon progetto rischia di indebolirsi.
Lei ha detto che non bastano due sfere, cioè pubblico e privato. Perché serve qualcosa di più?
Perché molti processi non stanno in piedi solo con istituzioni e privati. Serve un terzo livello: i cittadini attivi che si fanno carico del bene comune. Esistono strumenti normativi per farlo, ma il vero salto è culturale: bisogna accettare l’idea che la comunità debba diventare soggetto attivo della trasformazione dei territori, e non solo destinatario.
Questo modello può essere utile anche in un contesto urbano come quello ternano?
Sì, purché venga adattato alle caratteristiche del luogo. Il principio di fondo è valido ovunque: se il verde non entra in un rapporto vivo con la comunità, resta un elemento passivo. Se invece diventa occasione di partecipazione e gestione condivisa, si trasforma in una leva fortissima, anche dentro una città complessa come Terni.
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