Perché sostiene la soluzione di Colle Obito?
Perché quello è già il luogo della sanità ternana. L’ospedale è lì da anni, i cittadini lo identificano lì e intorno a quella struttura si sono sviluppati servizi, collegamenti, attività e investimenti importanti. Spostare tutto altrove significherebbe disperdere un patrimonio costruito nel tempo e perdere una parte importante dell’organizzazione sanitaria che oggi esiste già. Colle Obito non è soltanto un luogo fisico, ma un punto di riferimento consolidato per tutta la città e per il territorio. Inoltre attorno all’ospedale si è sviluppato negli anni un sistema che comprende servizi sanitari, attività universitarie e collegamenti che non possono essere ignorati.
Ha difeso anche parte dell’attuale struttura ospedaliera.
Sì, perché non è corretto descrivere tutto come vecchio o inutilizzabile. Ci sono reparti che sono stati rifatti, strutture più recenti e investimenti realizzati nel corso degli anni. Per questo credo che si debba ragionare anche su ciò che può essere recuperato, migliorato e integrato. Parlare dell’ospedale come di una struttura completamente superata non rappresenta correttamente la realtà. Ci sono criticità che vanno affrontate, ma ci sono anche servizi e spazi che continuano a funzionare, rappresentando un valore importante per la sanità cittadina.
Secondo lei nel dibattito pubblico questo aspetto viene poco considerato?
In parte sì. In questi anni sono stati fatti investimenti importanti e credo che sia giusto tenerne conto prima di immaginare soluzioni che comporterebbero tempi molto lunghi, nuove infrastrutture e costi enormi. Prima di cancellare ciò che esiste bisogna capire bene che cosa può ancora essere valorizzato.
Ha insistito molto sul legame con l’università.
Certo, perché ospedale e università devono restare insieme. La presenza degli studenti, degli specializzandi e delle attività universitarie è importante sia per la qualità della sanità sia per il futuro professionale dei giovani medici. Un ospedale universitario non è soltanto un luogo di cura, ma anche uno spazio di formazione, ricerca e crescita professionale. Separare questi due aspetti sarebbe un errore strategico che indebolisce tutto il sistema sanitario ternano.
Quanto conta oggi il rapporto con la formazione e la ricerca?
Conta moltissimo. La possibilità di avere specializzandi, attività formative e rapporti con il mondo universitario aiuta anche ad attrarre professionisti e a mantenere elevato il livello qualitativo dei servizi sanitari. Oggi la sanità ha bisogno di professionisti preparati, aggiornamento continuo e collegamenti con il mondo della ricerca. Per questo credo che il rapporto tra università e ospedale debba essere considerato centrale in qualunque scelta futura.
Ha parlato anche del rischio di una sanità troppo frammentata.
Distribuire servizi e strutture in luoghi diversi rischia di complicare tutto. La sanità ha bisogno di organizzazione, collegamenti rapidi e integrazione tra i servizi. Se si disperde il sistema sanitario in troppe aree separate si rischia di renderlo meno efficiente sia per chi lavora all’interno delle strutture sia per i cittadini che devono utilizzarle. L’integrazione tra i servizi è fondamentale soprattutto nelle emergenze e nella gestione quotidiana dei pazienti.
Nel dibattito è tornato più volte anche il tema del project financing.
Io penso che il problema non sia tanto lo strumento in sé, ma arrivare finalmente a una soluzione concreta. I cittadini aspettano da anni e chi lavora nella sanità vive quotidianamente le difficoltà di strutture che hanno bisogno di investimenti e programmazione. Continuare a discutere senza arrivare a una decisione rischia soltanto di aumentare i problemi e la sfiducia.
Quanto pesa il clima di incertezza attorno al nuovo ospedale?
Pesa molto. Chi lavora dentro l’ospedale percepisce questa situazione da anni. Continuare a cambiare ipotesi e a rinviare le decisioni crea preoccupazione sia tra gli operatori sanitari sia tra i cittadini. Quando manca una direzione chiara diventa più difficile anche programmare il futuro dei servizi e delle attività sanitarie. E questa incertezza, col passare del tempo, rischia di indebolire ulteriormente il sistema.
Qual è la priorità oggi?
Arrivare a una scelta chiara e realizzabile. Terni ha bisogno di rafforzare la propria sanità e non può permettersi altri anni di immobilismo o divisioni sul futuro dell’ospedale. Serve una decisione concreta, sostenibile e capace di dare certezze sia ai cittadini sia a chi lavora ogni giorno all’interno del sistema sanitario.
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Concordiamo totalmente con quanto detto dalla Dottoressa Rapastella.
Medicina democratica è pronta a sostenere il Comitato per la difesa ed il rilancio dell’ ospedale S. Maria di Terni.
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