Con la cultura non si mangia, ma salgono i redditi: Terni e San Gemini fra i comuni migliori

La Camera di commercio dell'Umbria misura l'impatto economico della vocazione culturale nella provincia di Terni, dove il vantaggio reddituale supera quello registrato nel perugino

Nella provincia di Terni il legame tra vocazione culturale e reddito imponibile appare più marcato che nel resto dell’Umbria. È quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio dell’Umbria, realizzata sui redditi 2024 per verificare se i territori con una forte componente di patrimonio storico, artistico e paesaggistico registrino anche livelli di reddito superiori rispetto agli altri comuni della regione. Il ternano, pur contando meno comuni culturali del perugino, mostra il divario percentuale più ampio tra i due territori.

Sono 10 su 33 i comuni della provincia di Terni classificati a vocazione culturale secondo la classificazione Istat del 2019, che considera patrimonio, caratteristiche territoriali e flussi turistici. In questi comuni il reddito imponibile medio raggiunge 24.005 euro, contro i 21.773 euro degli altri 23 comuni della provincia: una distanza di 2.233 euro, pari al 10,3%, superiore all’8,5% registrato nella provincia di Perugia, dove i 31 comuni culturali arrivano a 24.372 euro contro i 22.455 degli altri 28.

Tra i comuni culturali ternani, Terni e Orvieto si distinguono per i risultati più alti. Il capoluogo raggiunge 26.446 euro nella graduatoria generale umbra, terzo tra i 41 comuni culturali della regione dopo Corciano (26.751 euro, provincia di Perugia) e prima di San Gemini, unico altro comune ternano – insieme a Terni – a superare la media italiana di 24.893 euro. Seguono nella classifica Torgiano e Foligno, entrambi nel perugino, e Orvieto. Nella parte opposta della graduatoria compaiono soprattutto piccoli centri appenninici, come Sellano, a 19.599 euro, e Vallo di Nera, a 19.816 euro.

Il divario ternano, tuttavia, va contestualizzato rispetto al dato regionale complessivo. Considerando tutta l’Umbria, i 41 comuni culturali registrano un reddito medio di 24.280 euro contro i 22.288 euro degli altri 51 comuni, per una differenza dell’8,9%. Se dal calcolo si escludono i tre centri regionali più strutturati – Terni, Perugia e Foligno – il differenziale scende al 4,2%, segno che parte del vantaggio economico dipende anche da fattori legati alla dimensione urbana, come rileva il report: i dati “non dimostrano dunque che la cultura, da sola, produca redditi più elevati”, ma indicano “un’associazione territoriale che merita attenzione”.

Anche nel ternano, come nel resto della regione, la dimensione demografica incide sui risultati: nei comuni culturali con non più di 5mila abitanti il reddito medio si ferma a 22.174 euro, mentre nei tre comuni umbri sopra i 50mila abitanti – Perugia, Terni e Foligno – sale a 25.446 euro.

Il presidente della Camera di commercio dell’Umbria, Giorgio Mencaroni, ha sottolineato che “la cultura diventa una risorsa economica quando riesce a generare impresa, lavoro e servizi, non soltanto visitatori”, aggiungendo che il vantaggio dei comuni culturali “rimane positivo anche senza Perugia, Terni e Foligno”, a conferma che il fenomeno interessa l’intero territorio regionale, dal ternano al perugino.

A livello nazionale, l’Umbria si conferma tra le regioni con la maggiore incidenza di comuni a vocazione culturale: il 44,6% del totale, davanti a Toscana (43,6%) e Trentino-Alto Adige (35,4%), a fronte di una media italiana del 12,9%.

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