“Le ho fatto del male con il coltello. Fa malissimo anche solo parlarne, anche solo pensarci”. Così Mark Samson, 23 anni, ha iniziato la sua confessione davanti al Gip, raccontando l’omicidio della sua ex fidanzata, Ilaria Sula. Un verbale intriso di lacrime, ammissioni parziali e molte zone d’ombra, che secondo gli inquirenti rivelerebbe il tentativo di attenuare la propria colpa o, peggio, di proteggere qualcun altro.
Forse la madre, le cui ciabatte sporche di sangue sono state sequestrate dagli inquirenti o forse i suoi complici, che la Procura di Roma sta ancora cercando di identificare. Ne riferisce il quotidiano Open, ricostruendo le ultime ore concitate prima del delitto.
L’incontro tra i due è avvenuto in un McDonald’s. Lì Ilaria avrebbe posto un ultimatum al ragazzo: “O mi fai vedere questi voti o ti lascio”. Era un punto di tensione costante nella relazione: Samson si rifiutava sistematicamente di mostrarle il libretto universitario. Poco dopo, il delitto. L’ex fidanzato racconta: “Prendo il coltello della mortadella con la mano sinistra, ero dietro di lei, stava in piedi, l’ho colpita, ha gridato poco”. Il corpo, poi, viene infilato in due buste. Ma la versione dell’autopsia contraddice profondamente le sue parole.
L’esame autoptico parla chiaro: Ilaria ha lottato per la sua vita. Tre coltellate al collo, quattro alla guancia, un grosso ematoma sull’arcata sopraccigliare sinistra, lesioni al labbro, graffi sul collo e sugli avambracci, un’unghia rotta. Ferite che testimoniano un’aggressione violenta e forse un tentativo di abuso sessuale, ipotesi al momento al vaglio degli inquirenti. Nonostante ciò, Samson insiste: “Magari ha sbattuto quando è caduta”. Non risponde alle domande su un possibile coinvolgimento della madre né a quelle su eventuali rapporti sessuali.
Nel tentativo di dipingersi come un fidanzato premuroso, Mark racconta di aver prestato soldi a Ilaria, cucinato per lei e accompagnata durante le uscite con le amiche. Eppure, nello stesso momento descrive una ragazza aggressiva, ambigua, che lo chiama “tesoro” ma poi si allontana. Sostiene inoltre che i genitori di lei non approvavano la loro relazione per via delle sue origini filippine, preferendo un fidanzato albanese. Una versione smentita dalle indagini del pm Giuseppe Cascini.
La messinscena su WhatsApp
Per coprire l’omicidio, Mark risponde ai messaggi degli amici di Ilaria fingendosi lei. Il 26 marzo, scrive all’amica Sofia: “Non so se sto per fare una cazzata. Ma vado a casa di un tizio che ho conosciuto per strada. Ho fatto la birichina”. Aggiunge persino la foto di un ragazzo muscoloso per rendere credibile la menzogna. Ma per gli inquirenti non ci sono dubbi: Ilaria era già morta da almeno 24 ore.
Secondo la ricostruzione della procura, Ilaria si era recata in via Homs per affrontare Samson, reo di aver violato la sua privacy tentando di sottrarle il computer. Ne nasce una lite, poi l’omicidio, avvenuto non il 26 ma come ormai gli inquirenti hanno certezza, il 25 marzo. Dopo il crimine, il ragazzo tenta di ripulire tutto: “Così ho pulito tutto con lo scottex e l’ho nascosta dentro una valigia che poi ho buttato via”, confessa.
“Non ero il Mark di tutti i giorni, il Mark che conoscono tutti. Il Mark affettuoso, coccoloso” afferma tra le lacrime, quasi a volersi autoassolvere. Ma la freddezza delle sue azioni post delitto e la costruzione della menzogna fanno vacillare ogni giustificazione.
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