Il lavoro nero in Umbria vale oltre 1 miliardo, è il dato peggiore del centro-Nord

La regione supera la media nazionale per incidenza economica del sommerso ed è la più esposta tra tutte le aree del Centro-Nord secondo i dati Istat 2023

‘è un paradosso che attraversa l’Umbria e che i numeri dell’ultima indagine della Cgia di Mestre rendono difficile ignorare. Una regione tradizionalmente associata alla qualità della vita, al turismo culturale e a un tessuto produttivo di piccole e medie imprese radicate nel territorio, si ritrova a guidare una classifica che nessuno vorrebbe: quella del peso economico del lavoro irregolare nel Centro-Nord Italia.

Secondo l’elaborazione sui dati Istat 2023, sono oltre 37mila i lavoratori irregolari attivi nella regione, per un giro d’affari stimato in 1 miliardo e 90 milioni di euro. Il tasso di irregolarità occupazionale si attesta al 9,8%, sostanzialmente in linea con la media nazionale del 10%. Ma è un altro indicatore a restituire la vera misura del fenomeno: il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa rappresenta il 4,5% della ricchezza regionale, un dato superiore alla media italiana del 4% e il più elevato tra tutte le regioni del Centro e del Nord.

Un’anomalia strutturale nel confronto territoriale

Il raffronto con i territori limitrofi illumina la specificità della situazione umbra. La Toscana si ferma al 3,5%, le Marche al 3,9%. Persino il Lazio, che pure registra un tasso di irregolarità occupazionale ben più elevato — il 12,1% — non raggiunge in termini di propensione economica al sommerso i livelli dell’Umbria.

Questa divergenza merita una riflessione. Un’alta propensione al lavoro nero non è necessariamente correlata a un alto tasso di irregolarità assoluto: significa piuttosto che nelle fasce produttive dove il sommerso è presente, esso genera valore in misura sproporzionata rispetto alla dimensione dell’economia regionale. In altre parole, in Umbria il lavoro irregolare non è un fenomeno marginale confinato ai bordi del sistema: è strutturalmente integrato in alcuni suoi snodi portanti.

I settori più esposti: dalla cura alla terra, dalla cucina ai cantieri

L’indagine della Cgia non scende al dettaglio regionale per singoli comparti, ma i dati nazionali offrono una mappa attendibile dei settori a maggiore vulnerabilità. In cima alla lista figurano i servizi alla persona, con un tasso di irregolarità che sfiora il 49%: colf, badanti e assistenti familiari costituiscono uno dei principali bacini del lavoro sommerso in Italia. Un dato che assume una valenza particolare in Umbria, regione caratterizzata da una struttura demografica anziana e da una domanda crescente di assistenza domiciliare.

Segue l’agricoltura, ferma al 20,8% di irregolarità, settore storicamente esposto al caporalato e allo sfruttamento stagionale. Poi la ristorazione, al 14,4%, e l’edilizia, all’11,8%: comparti nei quali la manodopera non regolare non solo priva i lavoratori di tutele e diritti, ma altera le condizioni di concorrenza tra imprese e mina la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Un problema nazionale da 77 miliardi l’anno

La situazione umbra si inscrive in un quadro nazionale di proporzioni imponenti. Secondo la stessa ricerca, lavoro nero e caporalato generano in Italia un giro d’affari di 77 miliardi di euro annui: risorse sottratte al fisco, al sistema previdenziale, alla contrattazione collettiva. Un’economia parallela che prospera nell’opacità e che colpisce in modo asimmetrico le fasce più deboli del mercato del lavoro.

Le criticità maggiori si concentrano nel Mezzogiorno, con la Calabria che registra i valori più allarmanti: 8,3% di propensione economica al sommerso e tasso di irregolarità al 17,9%, quasi il doppio della media nazionale. Ma i dati umbri dimostrano che il fenomeno non è una prerogativa esclusiva del Sud. Al contrario, la sua presenza nel cuore del Centro-Nord segnala come le sue radici affondino in dinamiche strutturali — demografiche, settoriali, economiche — che attraversano l’intero paese.

Che fare: la questione dei controlli

La fotografia scattata dalla Cgia pone con urgenza la questione degli strumenti di contrasto. Rafforzare l’attività ispettiva, potenziare i meccanismi di emersione, sostenere le imprese che operano nella legalità: sono le direzioni su cui il dibattito si concentra da anni, con risultati ancora insufficienti. Per l’Umbria, la sfida è doppia: agire sui settori più esposti — assistenza, agricoltura, turismo — e al contempo interrogarsi sulle ragioni profonde di un’anomalia che, nei dati, appare sempre più difficile da ignorare.

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