Pronto soccorso, la replica sulla paziente con fratture in barella: “Difficoltà nelle dimissioni”

Il dottor Parisi risponde alle polemiche sul caso del paziente assistito in Pronto Soccorso dopo una caduta: tempi del percorso diagnostico, dimissione al domicilio e critiche alla lettera anonima

Il dottor Giorgio Parisi direttore del Pronto Soccorso ha diffuso una replica pubblica sul caso del paziente assistito presso la struttura dopo una caduta accidentale. Il testo risponde alla lettera di un familiare e alla successiva lettera anonima. Al centro della vicenda c’è la permanenza del paziente nella struttura, che secondo il medico non dipese da una mancata presa in carico sanitaria.

La ricostruzione dei fatti

Il paziente era arrivato in Pronto Soccorso in seguito a una caduta. Secondo la ricostruzione del dottor Parisi, è stato preso in carico fin dall’ingresso, sottoposto agli accertamenti diagnostici necessari e valutato dagli specialisti competenti. Gli esami hanno evidenziato una frattura del bacino e una frattura della rotula.

L’intero percorso diagnostico e specialistico si sarebbe concluso in circa tre ore e trenta minuti dall’accesso. A quel punto il paziente è risultato clinicamente dimissibile, senza indicazione al ricovero in un reparto per acuti. Il medico precisa che, fino alla caduta, la persona viveva nel proprio contesto abituale e non presentava condizioni che richiedessero ospedalizzazione. Le lesioni hanno ridotto la sua autonomia, ma non hanno determinato un quadro clinico tale da giustificare il ricovero.

Dalla dimissione al problema assistenziale

La decisione medica è stata la dimissione al domicilio. Secondo il dottor Parisi, i familiari non hanno accolto questa soluzione: nei colloqui sarebbe emersa l’indisponibilità a riportare il paziente a casa e a garantire l’assistenza temporanea richiesta dalla situazione.

Da questo momento, sostiene il medico, la questione ha cambiato natura. «Da quel momento il problema non è stato più sanitario», afferma, spiegando che il tema è diventato assistenziale e organizzativo: trovare una collocazione alternativa per una persona che non aveva bisogno di ricovero ma non poteva essere ricondotta subito alla propria abitazione.

Per questo, secondo la replica, la permanenza successiva in Pronto Soccorso non deriva da una mancata presa in carico medica, ma dalle difficoltà nell’attuare la dimissione. Il personale, aggiunge il medico, non avrebbe ritardato decisioni cliniche, omesso accertamenti, negato cure o lasciato il paziente senza assistenza, ma si sarebbe fatto carico di problematiche che esulavano dalla gestione strettamente clinica, impegnando tempo ed energie nella ricerca di soluzioni.

Il giudizio sulla lettera anonima

Una parte rilevante della replica è dedicata alla lettera anonima. Il dottor Parisi dichiara di ritenere le critiche fondate e circostanziate uno strumento di crescita, ma osserva: «Le accuse anonime e generiche sono un’altra cosa.» A suo giudizio, il testo formula valutazioni pesanti sul servizio e sui suoi operatori senza indicare un episodio verificabile, una data, un nominativo o una circostanza concreta che permetta un accertamento.

Chi fosse a conoscenza di comportamenti scorretti o carenze organizzative, aggiunge, ha il diritto e il dovere di segnalarli nelle sedi appropriate, assumendosi la responsabilità di ciò che afferma. Il medico dichiara inoltre che il sentimento prevalente dopo aver letto quanto pubblicato non è stato l’amarezza, ma la rabbia, rivolta al fatto che medici, infermieri e operatori socio-sanitari siano stati accusati di indifferenza mentre cercavano di risolvere una situazione complessa.

Riorganizzazione e procedure per i familiari

Il dottor Parisi respinge anche l’immagine di un Pronto Soccorso disorganizzato. Ricorda che negli ultimi anni la struttura è stata interessata da una profonda riorganizzazione, da interventi di riqualificazione degli ambienti e da innovazioni organizzative condivise con la Direzione Strategica Aziendale. Riconosce l’esistenza di criticità e margini di miglioramento, come in qualunque Pronto Soccorso italiano: «Nessuno pretende di affermare il contrario.»

Nella replica viene richiamata infine l’esistenza di procedure aziendali che regolano la presenza dei familiari e il loro eventuale coinvolgimento nell’assistenza personalizzata non sanitaria. Secondo il medico, tali regole mirano a garantire sicurezza, tutela della riservatezza, corretta organizzazione dell’assistenza ed equità di trattamento. La presenza dei familiari è definita una risorsa importante, valorizzata quando possibile, ma da svolgere nel rispetto di regole condivise.

Il dottor Parisi chiude la replica difendendo l’operato del personale: «Rivendico senza alcuna esitazione il lavoro svolto dai professionisti coinvolti.» Sostiene che le accuse siano non supportate dai fatti e che la documentazione e gli eventi accaduti le smentiscano.

Redazione

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