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In Umbria lavoratori superati dai pensionati: a Terni sono 22.000 in più

Il dato emerge dalla Cgia di Mestre che indica una tendenza nazionale: mancano 3 milioni di lavoratori entro il 2027

L’Umbria si conferma una delle regioni d’Italia con un’elevata disparità tra il numero di pensionati e quello di lavoratori, secondo i dati emersi dalla recente rilevazione settimanale della Cgia di Mestre. Questa tendenza preoccupante, basata sui dati di Istat e Inps, evidenzia che in Umbria ci sono attualmente 401.000 pensionati a fronte di soli 352.000 occupati. Analizzando la situazione provincia per provincia, si nota che nella provincia di Perugia ci sono addirittura 26.000 pensionati in più rispetto ai lavoratori (296.000 contro 269.000), mentre nella provincia di Terni si contano 22.000 pensionati in più (105.000 contro 83.000). Questo fenomeno si riscontra principalmente nelle regioni del Centro-Nord del paese, con l’eccezione delle Marche e della Liguria.

La situazione generale

In generale, nel Mezzogiorno d’Italia, la situazione vede prevalere il numero dei pensionati rispetto a quello dei lavoratori, mentre nel resto del paese il rapporto si mantiene più o meno equilibrato, con 22,8 milioni di pensionati e 23,1 milioni di lavoratori in totale. Tuttavia, nelle regioni meridionali e insulari, si contano 7,2 milioni di pensioni erogate a fronte di 6,1 milioni di lavoratori. Questa discrepanza è attribuita dalla Cgia a tre fattori connessi: la denatalità, l’invecchiamento della popolazione e la presenza di lavoratori non regolarizzati. Questa combinazione di elementi sta gradualmente riducendo il numero di contribuenti attivi, aumentando, di conseguenza, il numero di beneficiari di welfare.

Secondo l’associazione degli artigiani, per ristabilire un equilibrio sostenibile nel sistema, non esistono soluzioni miracolistiche e, se vi fossero, i risultati non si vedrebbero prima di almeno vent’anni. Tuttavia, la tendenza all’invecchiamento della popolazione e al decremento della forza lavoro può essere invertita a medio-lungo termine solo attraverso l’espansione della base occupazionale. Uno dei primi passi consiste nel regolarizzare una parte significativa dei lavoratori “invisibili” che operano nell’economia sommersa, stimati dall’Istat a circa tre milioni di persone.

Inoltre, è essenziale incentivare l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, rafforzare le politiche di sostegno alla crescita demografica, prolungare la vita lavorativa delle persone e migliorare il livello di istruzione della forza lavoro. La mancata implementazione di queste correzioni a breve termine, avverte la Cgia, potrebbe mettere a rischio il sistema sanitario e previdenziale italiano nei prossimi decenni. È inoltre importante sottolineare che entro il 2027, l’Italia dovrà affrontare la sostituzione di quasi tre milioni di lavoratori, una sfida cruciale per il futuro del Paese.

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