Sesso in carcere, il caso di Terni diventa nazionale: scontro Sappe-Corte Costituzionale

Un detenuto comune di Sabbione non ha da tempo possibilità di contatti con la compagna e si è rivolto al giudice di sorveglianza. Corte Costituzionale: "Divieto è violazione dei diritti". Plaudono Antigone e Garante dei detenuti, duro il sindacato

Una  recente deliberazione della Corte Costituzionale ha scatenato un dibattito intenso sulla questione della vita affettiva e sessuale dei detenuti nelle carceri italiane. Secondo la Corte, la normativa che impedisce ai detenuti incontri privati con i loro partner sotto il rigoroso controllo degli agenti di polizia penitenziaria contravviene ai principi costituzionali e ai diritti umani.

La Corte ha dichiarato non conforme alla Costituzione l’articolo che nega ai detenuti colloqui privati con il coniuge, il partner civile o convivente, se non vi sono motivi di sicurezza o disciplinari.

Antigone, un’organizzazione impegnata nella tutela dei diritti dei detenuti, ha accolto la sentenza con entusiasmo. “Questa è una sentenza storica,” ha dichiarato un portavoce di Antigone, aggiungendo che “ora è essenziale trasformare un diritto sulla carta in un diritto effettivo” valido anche per le coppie dello stesso sesso.

Il caso al centro dell’attenzione della Corte riguardava un detenuto di Terni, condannato definitivamente per vari reati, senza possibilità di avere rapporti sessuali a causa della costante sorveglianza. Il giudice di sorveglianza del Tribunale di Spoleto” Fabio Gianfilippi ha espresso la sua visione della situazione: “Si tratta di un vero e proprio divieto di esercitare la sessualità”, ha sttolineato, una situazione in contrasto con i principi costituzionali.

Giuseppe Caforio, garante dei detenuti dell’Umbria, ha messo in evidenza la necessità di rivedere le normative. “I diritti hanno bisogno di tempo per maturare,” ha detto Caforio, “e ora è il momento di rivedere questa normativa, poiché l’Italia è tra i pochi Paesi europei che mantengono questo divieto.” Caforio spiega che quello che si è rivolto al magistrato di sorveglianza di Spoleto è un detenuto “comune” e sta scontando una lunga condanna. Nella struttura detentiva umbra un’ala è comunque riservata 41 bis, il cosiddetto carcere duro previsto per i reati più gravi. Caforio ha detto di considerare “tra i diritti inviolabili dell’uomo i rapporti affettivi per i detenuti”.

Nelle carcere umbri, in particolare a Perugia e Terni, la popolazione carceraria è in prevalenza formata da giovani con età tra 20 e 40 anni. “Persone che hanno biologicamente – ha spiegato Caforio – aspettative sessuali che quando non vengono soddisfatte sfociano in episodi di violenza in carcere o di omosessualità. Anche l’ultimo evaso da Perugia una volta catturato disse di averlo fatto per soddisfare le sue esigenze sessuali”.

Donato Capece, segretario generale del SAPPE, il sindacato autonomo polizia penitenziaria, ha invece espresso preoccupazioni per la sicurezza e la praticabilità di tale provvedimento. “Invece di concentrarsi sul sesso in carcere, dovremmo favorire la concessione di permessi premio a quei detenuti che dimostrano una buona condotta, che non si rendono cioè protagonisti di eventi critici durante la detenzione e che lavorano e seguano percorsi concreti di rieducazione.E allora, una volta fuori, potranno esprimere l’affettività come meglio credono”, ha suggerito Capece, mettendo in luce la complessità della questione: “i nostri penitenziari non possono e non devono diventare postriboli così come i nostri Agenti di Polizia Penitenziaria non devono diventare ‘guardoni di Stato”.

Redazione

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