A Santa Maria del Carmelo l’oratorio multietnico che sfida risse e bullismo

Il progetto Golife ha rivitalizzato il quartiere di Terni Sud, ad alta densità di ragazzi figli di stranieri, con diverse religioni e un alto tasso di litigiosità e violenza: "Cerchiamo quello che ci unisce, i valori umani"

Il progetto si chiama GoLife e la sfida è di quelle ambiziose: rilanciare un intero quartiere, in questo caso Quartiere Italia, partendo dall’oratorio. Nonostante una popolazione di fruitori quasi esclusivamente di origine straniera e non cattolica.L’idea è venuta alla Caritas di Terni-Narni-Amelia, che sta portando avanti l’operazione insieme con la cooperativa Pepita Onlus presso la Chiesa di Santa Maria del Carmelo.

Alla chiusura del secondo anno, il bilancio è più che positivo, con un quartiere rivitalizzato. Il Grest appena concluso è piaciuto a tal punto che molti genitori avrebbero voluto andasse avanti. Ma chi conosce Quartiere Italia sa che anche solo essere riusciti a mettere insieme 40 bambini di diverse etnie è già una bella impresa: “Questa zona- spiega al settimanale La Voce don Giuseppe Zen, direttore della Caritas – è una periferia non solo fisica, ma anche esistenziale, con tante necessità e tante esigenze, soprattutto dal punto di vista sociale”. In questo quadro, fara “parlare” fra loro non solo italiani e stranieri, ma anche gli stranieri fra loro è fondamentale.

Del resto l’oratorio del Carmelo   ha due caratteristiche: fruitori per la quasi totalità italiani nati a Terni ma figli di stranieri, quindi di etnie e religioni diverse, e un team educativo molto vario: “Noi educatori siamo tutti cattolici – dice la responsabile Gaia Corrieri a Terni Tomorrow– ma ci danno una mano ragazzi più giovani di varie religioni.  Stiamo costruendo insieme un percorso umanamente condiviso che possa parlare alle diverse sensibilità di ciascuno”.

Pepita Onlus non gestisce solo il Gr.Est ma è presente durante tutto l’anno, con il doposcuola e  una lunga serie di attività ludico-educative: “oOlti di questi ragazzi fanno molta fatica con l’italiano- dice don Giuseppe Zen – o con la comprensione dei programmi scolastici italiani. Noi li aiutiamo, gratuitamente, cosa fondamentale per chi ha problemi economici”. Per il resto, la proposta, in un gruppo dove i cattolici sono in netta minoranza,  è centrata su valori universalmente condivisi, certamente propri prima di tutto del cristianesimo: il dono sacro della vita, il rispetto, l’originalità di ciascuno.

Fondamentali sono due aspetti: l’accoglienza recirproca e l’interscambio: “Ci capita spesso di pregare, magari con il Padre Nostro e nessuno si tira indietro. Allo stesso modo, noi cattolici abbiamo partecipato durante l’anno per esempio, ad eventi della comunità indiana”, dice Corrieri. E precisa: “Non rinunciamo comunque all’annuncio di Dio: viene fatto a tutti, ma non è l’esclusività dell’esperienza”.Una scelta vincente, che ha trovato sponda anche nelle famiglie dei ragazzi: “Chi ha porta i ragazzi all’oratorio sapeva che vienne in un ambiente cattolico ed accetta la proposta proprio sulla base dei valori condivisi- spiega ancora– sulla base del percorso umano che costruiamo”.

La chiave  che apre i cuori è il linguaggio. Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. E quelli di Pepita lo sanno bene: ““C’è un forte substrato di maleducazione, bullismo e violenza in tutto quel quartiere e noi lavoriamo proprio su questi aspetti, sull’uso delle parole, per fermare risse e violenza. Si tratta di una sfida complessa, perché i contesti familiari e culturali non aiutano e perché l’insulto è all’ordine del giorno. Ma la cosa non ci spaventa”. Insieme a Pepita collaborano diverse altre realtà del territorio come Cesvol e Comunità Incontro, anche tramite la Cittadella delle associazioni.

Anche don  Gianluca Bianchi, amministratore parrocchiale di Santa Maria del Carmelo  si dice soddisfatto: “Quello che mancava qui era dare una risposta ai bisogni delle famiglie del territorio e su questo si concentra l’attività degli educatori durante tutto l’anno: questo è già una grandissima testimonianza di Fede. Non vogliamo convertire nessuno, perché ognuno ha una sua religione: lavoriamo su ciò che ci unisce e inoltre le famiglie e i bambini che vengono qui sanno che ci troveranno sempre a disposizione. Noi qui accogliamo tutti: senza pregiudizi, senza selezioni, questo è il messaggio cristiano”.

 

Redazione

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