La modernità invade le cucine, ma lo chef Gianfranco Vissani chiede un’inversione di marcia: ritrovare le radici della cucina italiana. Dalla veranda del suo ristorante vicino al Lago di Corbara, a pochi passi da Orvieto, Vissani lancia un appello per abbandonare le tecniche moderne come l’uso dell’azoto e dei sifoni a favore della tradizione gastronomica.
Secondo Vissani, la cucina italiana sta perdendo la sua essenza, soffocata da piatti sempre più elaborati e minimalisti. “Non possiamo più prendere in giro i clienti con porzioni ridicole. La gente oggi presta molta attenzione al valore di ciò che consuma, e il 2025 dovrebbe vedere un netto cambio di direzione. Su sette piatti proposti, almeno cinque dovrebbero essere tipicamente italiani”, sottolinea il maestro.
Vissani non nasconde il suo disappunto verso una cucina che definisce “stupida”, priva di emozione e di sostanza. Ai giovani chef consiglia di riscoprire ricette tradizionali come il carciofo alla giudia o l’amatriciana. La semplicità e la genuinità dei prodotti locali sono al centro della sua filosofia. Per il cenone di Capodanno, ad esempio, sceglie ingredienti umili ma ricchi di significato, come il capitone, le noci e l’uva di soffitta.
Lo chef, però, non si ferma alla gastronomia. Riflettendo sui conflitti globali, Vissani immagina un “piatto della pace”, ispirato alle tradizioni culinarie dei Paesi in guerra. Sarebbe una ricetta complessa, così come complesse sono le questioni che affliggono il mondo. “Dobbiamo salvare il nostro pianeta e la nostra cucina, un patrimonio unico che rischia di perdersi”, conclude lo chef.
L’auspicio di Vissani per il futuro della cucina italiana è chiaro: un ritorno alla tradizione non solo è necessario, ma vitale per preservare l’identità culturale e gastronomica del Belpaese. Gli chef del domani, secondo lui, devono riscoprire l’arte del “buon cibo italiano” e offrirlo con sincerità.
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