In riferimento alla sua esperienza personale, che valore ha avuto per lei l’università?
Vengo da un percorso medico, e per me l’università è stata casa, occasione, crescita. Negli anni Settanta Terni ospitava i corsi del triennio clinico di Medicina: quell’esperienza ha trasformato profondamente il nostro ospedale e la sanità territoriale. È stata una stagione importante, che oggi appare lontana, ma dalla quale possiamo ancora trarre insegnamenti.
Oggi però il quadro appare molto diverso. Quali sono, secondo lei, i problemi principali?
Purtroppo abbiamo assistito a un lento svuotamento: professionale, organizzativo e anche di attrattività. Il mancato avvio delle scuole di specializzazione in cardiologia, anestesia e pronto soccorso è stato un grave errore. Gli effetti di queste scelte si ripercuotono per anni. Non possiamo più permettere che ciò accada: bisogna vigilare e agire con determinazione.
Come si può invertire la rotta? C’è qualche passo recente che fa ben sperare?
Sì, la Regione ha recentemente istituito la Conferenza permanente con l’Università, uno strumento che può diventare una vera cabina di regia per ricostruire una presenza universitaria medica stabile a Terni. Non è un dettaglio tecnico: è una scelta politica strategica, ed è su questa strada che dobbiamo insistere.
Ha parlato spesso di attrattività. A chi ci si deve rivolgere concretamente?
Ai giovani. Dobbiamo attrarre medici, infermieri, ricercatori, offrendo loro percorsi formativi che abbiano sbocchi concreti qui, nel nostro ospedale e nei servizi territoriali. Serve una formazione universitaria che alimenti un sistema integrato con la realtà sanitaria ternana, fondato su ricerca, didattica e una sanità pubblica diffusa. Proprio quella sanità che ci ha salvati durante la pandemia.
Quindi non solo una questione accademica, ma anche sociale e culturale?
Assolutamente. Come ha detto il nuovo Magnifico Rettore, “prendersi cura” significa anche costruire una città dove i giovani possano scegliere di restare, formarsi, lavorare. Questo è un progetto collettivo, umano, culturale e politico. Ed è anche il luogo da cui può partire la sfida più urgente e trasversale del nostro tempo: la costruzione della pace. La pace non è una parola astratta, ma un impegno quotidiano, un bene comune da coltivare nei luoghi della cultura e della formazione. L’università, con il suo compito di educare al pensiero critico, al rispetto e al dialogo, è uno dei pilastri fondamentali per una cultura della pace. Per questo credo fermamente che l’università, in questa terra di pace con i suoi santi, San Francesco, Aldo Capitini, debba assumere un ruolo attivo e visibile nel promuoverla, in tutte le sue forme: dall’insegnamento alla ricerca, dalla partecipazione civile all’analisi delle disuguaglianze che generano conflitti. La pace è la nostra speranza, la nostra sfida e la nostra meta. Non solo una parola, quindi, ma un vero progetto politico, educativo e culturale urgente, a cui non si può rinunciare.
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