Il maltempo non ha frenato la prima giornata del FEGE, il Festival dell’editoria e del giornalismo emergente, organizzato da Piero Muscari e Sauro Pellerucci ed ospitato presso il PalaSì. “La guerra delle news, le news della guerra” il tema di questa edizione, argomento purtroppo di strettissima attualità
La prima mattinata ha visto come sempre il confronto con i ragazzi delle scuole proprio sul tema centrale e qui i ragazzi hanno espresso al comitato scientifico – lectio magistralis di Michelangelo Tagliaferri – proprio il disorientamento per il racconto delle notizie al quale sono sottoposti, ricordando la difficoltà nel distinguere il vero dal falso: “Le fake news sono un problema concreto – sottolinea Pellerucci- I ragazzi ci hanno espresso più di un dubbio sull’interpretazione delle notizie e noi dobbiamo essere in grado di capirlo: il modo in cui si porge la notizia costruisce la notizia stessa”
Diverso, ma non troppo, il concetto di allarmismo: “Molti cittadini si chiudono all’informazione, non ascoltano più perché non riescono a gestire, ad accogliere questa quantità di cattive notizie che sembrano effettivamente che siano, diciamo, un nostro assalto dietro l’angolo ogni momento, quando invece non sappiamo quante buone notizie noi non ci diamo. Oggi noi parliamo di guerre, giustamente, purtroppo di tante sofferenze in realtà, e sarebbe bello anche che si parlasse delle cosiddette non-notizie, come per esempio la guerra che finisce”.
La consegna dei premi FEGE e il dibattito
Animato da Piero Muscari, il pomeriggio è stato dedicato come sempre alla consegna dei premi FEGE, consegnati a due inviati molto diversi: Michele Macrì di Striscia La Notizia e Piero Ancona di Sky TG24.
Macrì ha raccontato il modo di fare giornalismo che ha adottato a Striscia, puntando molto sull’informazione e meno sullo spettacolo: al centro le vicende soprattutto della sua Calabria, con la celebre inchiesta che portò al sequestro di due tonnellate di bianchetti pescati illegalmente a Cirò Marina, con il contrasto tuttora aperto con i pescatori del porto commerciale. Macrì ha anche in quel caso denunciato l’assenza di telecamere che rendono quella zona una sorta di terra di nessuno, dove è difficile testimoniare anche le aggressioni subite – come capitato alla sua troupe- se non si dispone di immagini proprie.
“La notizia non può mai morire, la notizia nasce e la notizia deve camminare sempre. -spiega La notizia muore perché qualcuno la fa morire a prescindere anche da quella che dovrebbe essere la sua naturale vita, la notizia la si fa morire anche quando una notizia realmente potrebbe avere una grande vita, e lì è lo sbaglio grande perché oggi esistono notizie che avrebbero tanta dignità di andare in onda, di farsi vedere. Purtroppo il notiziabile oggi lo decide il mainstream, non lo decide chi realmente dovrebbe”
Piero Ancona, inviato di guerra, dialogando anche con Luca Benedetti, presidente dell’Ordine dei Giornaliti dell’Umbria, ha raccontato le difficoltà nel fare l’inviato di guerra al tempo della guerra nei Balcani, raccontata senza i mezzi di oggi eppure nonostante tutto, in maniera puntuale. Ma ha parlato anche di come oggi le immagini arrivino filtrate, citando gli esempi di Gaza, dove non ci sono inviati sul campo e l’Iran, dove non ci siano immagini che raccontano la rivoluzione popolare. Sia Benedetti che Ancona hanno invece raccontato il rapporto stretto coi rispettivi territori, quando hanno raccontato dei terremoti (quello del 1997 e quello di San Giuliano di Puglia del 2002), con i cittadini che vedevano nella stampa un riferimento per far passare le notizie oltrechè riceverle.
“Le notizie oggi viaggiano in fretta – sottolinea Macrì – e noi giornalisti abbiamo una grande responsabilità per noi giornalisti, quella di soffermarci sulle notizie che contano: purtroppo il nostro è un mondo che corre troppo di fretta in molti casi, dovremmo un attimino fermarci e dare più peso alle notizie che meritano di rimanere sempre lì, in prima pagina”
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