Gianni Giovannini (Comitato Difesa Ospedale): Sul nuovo ospedale serve un confronto coordinato

Il dibattito sulla sanità va affrontato con un lavoro condiviso tra professionisti, istituzioni e territori, evitando contrapposizioni e decisioni scollegate dalla realtà quotidiana degli ospedali

Gianni Giovannini

Nel suo intervento ha spiegato di essere arrivato in ritardo perché impegnato in una call sulla sanità. Su cosa stavate lavorando?

Su un confronto con altri colleghi, anche dell’area perugina, per condividere valutazioni e riflessioni sui temi della sanità regionale. Credo che su questioni così importanti serva un dialogo continuo tra chi lavora concretamente nel sistema sanitario e conosce direttamente le criticità organizzative e operative. Il rischio, altrimenti, è affrontare problemi molto complessi senza avere una visione realmente coordinata e condivisa. Oggi la sanità umbra vive difficoltà che non riguardano soltanto un singolo territorio, ma l’intero sistema regionale, e proprio per questo è importante mantenere aperto un confronto costante tra professionisti e realtà diverse.

Ha parlato della necessità di rappresentare il “pensiero dell’ospedale”. Cosa intende?

Intendo dire che spesso nel dibattito pubblico si parla molto delle strutture, delle localizzazioni e delle scelte politiche, ma molto meno di chi dentro l’ospedale lavora ogni giorno. Medici, infermieri, operatori sanitari e professionisti devono poter contribuire alle scelte sul futuro della sanità, perché conoscono concretamente i problemi organizzativi, le difficoltà operative e le esigenze reali del sistema. Chi vive quotidianamente l’ospedale sa bene dove ci sono le criticità, quali reparti funzionano meglio, quali servizi hanno bisogno di essere rafforzati e quali problemi incidono davvero sulla qualità dell’assistenza.

Secondo lei questo punto di vista oggi viene ascoltato abbastanza?

Non sempre. A volte il dibattito rischia di diventare troppo politico o troppo concentrato sugli aspetti teorici e urbanistici, mentre servirebbe ascoltare maggiormente chi lavora sul campo. Un ospedale non è soltanto un edificio: è un sistema complesso fatto di organizzazione, personale, servizi, tecnologie e capacità professionali. Per questo credo che il contributo di chi opera quotidianamente nella sanità debba avere un peso importante nelle decisioni future.

Nel confronto pubblico sul nuovo ospedale vede il rischio di troppe contrapposizioni?

Sì, e credo che questo sia un problema. Su temi così delicati servirebbe un clima più costruttivo e meno diviso. È normale avere opinioni differenti, ma bisogna evitare che il confronto si trasformi continuamente in uno scontro. La sanità riguarda tutti i cittadini e richiede competenze, equilibrio e capacità di lavorare insieme. Se ogni territorio o ogni gruppo continua a ragionare separatamente senza una strategia comune, il rischio è non riuscire mai ad arrivare a una soluzione realmente condivisa.

Quanto è importante il confronto tra territori diversi dell’Umbria?

È molto importante, perché i problemi della sanità non riguardano soltanto Terni. Le difficoltà sul personale, sull’organizzazione dei servizi, sulle liste d’attesa e sulla tenuta della sanità pubblica coinvolgono tutta la regione. Serve quindi un coordinamento più ampio tra professionisti, territori e istituzioni, evitando che ogni realtà ragioni separatamente senza una visione comune. Credo che sarebbe utile creare un confronto stabile e continuo tra le diverse esperienze territoriali umbre.

Nel dibattito si parla spesso della struttura ospedaliera. Secondo lei il tema è più ampio?

Sicuramente sì. Un ospedale non è soltanto una questione edilizia. Bisogna ragionare anche sull’organizzazione sanitaria, sul rapporto con il territorio, sulle specializzazioni, sulla capacità di attrarre professionisti e sulla qualità complessiva dei servizi. Se ci si limita a discutere soltanto di dove costruire l’ospedale si rischia di perdere di vista il tema principale, cioè quale modello sanitario vogliamo costruire per il futuro.

Quanto conta oggi il coinvolgimento del personale sanitario nelle scelte future?

Conta moltissimo. Chi lavora negli ospedali conosce bene le criticità quotidiane: le carenze di personale, le difficoltà organizzative, le pressioni sui reparti e i bisogni reali dei pazienti. Per questo credo che le decisioni sul futuro della sanità debbano nascere anche da un confronto serio con il personale sanitario. Non si può progettare il futuro degli ospedali senza ascoltare chi ogni giorno li fa funzionare concretamente.

Qual è il punto che considera più importante?

Credo che il nuovo ospedale debba nascere da una visione condivisa e coordinata. Su temi così delicati servono confronto, competenze e capacità di lavorare insieme, evitando divisioni inutili e ragionando soprattutto nell’interesse dei cittadini e della qualità dei servizi sanitari. La sanità ha bisogno di programmazione seria, continuità e collaborazione tra tutte le componenti coinvolte. Solo così si può costruire un sistema realmente efficace e capace di rispondere ai bisogni della comunità. La proposta del Comitato è nata dall’esigenza di scongiurare un indebitamento di proporzioni ciclopiche come si prospettava con il project financing. L’altro pilastro della proposta è la concretezza, cioè partire dalle risorse che la Giunta dell’epoca aveva certificato come disponibili (128 milioni a settembre 2024). Su queste basi è stata formulata la proposta che il Comitato ha portato a conoscenza di tutti in tutte le occasioni.

Con 128 milioni si potevano solo risolvere i problemi di spazio attualmente presenti, che strozzano l’attività, per giungere alla rifunzionalizzazione di alcuni servizi strategici, attraverso una palazzina di 6 piani di cui due interrati per una capienza di circa 300 p.l. E’ paradossale che si sia implementato l’elisoccorso, per far arrivare il più presto possibile il paziente infartuato in ospedale, ma una volta giunto nel Pronto Soccorso il paziente è costretto ad affrontare un secondo impegnativo viaggio, per raggiungere la sala angiografica per il trattamento dovuto. Il piccolo dettaglio è che la sala angiografica attualmente è ubicata nel luogo più distante possibile dal Pronto Soccorso (quasi 200 metri lineari con l’aggravio di un passaggio in montalettighe per superare i sette piani di dislivello). Questo assetto attuale penalizza le patologie tempo-dipendenti dove il tempo è vita. Le valutazioni del comitato muovono dal presupposto che è prioritario migliorare il livello qualitativo dell’assistenza a prescindere dalla struttura muraria dell’ospedale e che ogni ritardo nel superamento di queste criticità si riverbera sul buon esito per la salute delle persone.

Non sembra molto saggio attendere almeno un’altra dozzina di anni in queste condizioni. Sta di fatto che l’evoluzione naturale della proposta, se le risorse lo consentissero, sarebbe la realizzazione di un secondo blocco, o meglio il prolungamento del primo, occupando gli spazi dell’attuale direzione con altri 200-250 p.l. per pervenire ad un nuovo ospedale di oltre 500 p.l. secondo tutti i crismi di modernità più volte richiamati. In questo caso sarebbero nuovi di zecca sia gli ambulatori che tutte le degenze, che è probabilmente ciò che vogliono i cittadini in termini di comfort e gli operatori in termini di assistenza. I piani -1 e -2, già ampiamente ammodernati (Centro salute Donna, Radiologie, radioterapia e relativi Bunker) rimarrebbero a servizio dell’intera struttura facendo economizzare una quantità enorme di risorse.

Redazione

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