Valore aggiunto del lavoro, l’Umbria cala a picco: Terni fra le ultime 10 province italiane

Nel 2025 la provincia ternana produce 5,92 miliardi e frena la media dell’Umbria: bene costruzioni e agricoltura, pesano industria ferma e servizi deboli

Nel 2025 la provincia di Terni ha prodotto un valore aggiunto di 5,92 miliardi di euro, con una crescita dell’1,12% che la fa scendere al 101° posto tra le 107 province italiane. I dati emergono dall’indagine di Unioncamere e del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, diffusa il 3 novembre 2026. Il risultato ternano incide sulla media dell’Umbria, diciassettesima fra le venti regioni, e resta ben distante dal +2,30% nazionale. Il valore aggiunto misura la produzione al netto dei beni e servizi intermedi, e le variazioni sono a prezzi correnti, quindi non depurate dall’inflazione.

A livello regionale il valore aggiunto umbro ha raggiunto 25,34 miliardi di euro, con un incremento dell’1,80%, contro il 2,30% dell’Italia e il 2,29% del Centro. Crescono meno dell’Umbria soltanto Puglia (+1,69%), Molise (+1,51%) e Toscana (+1,47%), mentre Marche (+2,38%) e Lazio (+2,80%) fanno meglio. Nel confronto interno, è soprattutto il Ternano a ridurre il risultato medio della regione, rispetto al +2,01% di Perugia, 65ª in graduatoria con 19,42 miliardi.

Costruzioni e agricoltura i comparti in crescita

La nota più positiva per Terni arriva dalle costruzioni: la provincia è sesta in Italia con un aumento del 9,04%, davanti a Perugia, ottava con +8,01%. Il dato si inserisce in un andamento regionale dell’8,26%, secondo risultato nazionale dopo l’Abruzzo (+12,18%) e molto sopra il +3,43% italiano. L’Umbria ospita importanti cantieri della ricostruzione successiva al sisma del 2016; l’indagine, tuttavia, non quantifica quanto incidano sull’aumento del valore aggiunto edilizio.

Bene anche l’agricoltura, che cresce dell’8,61% nella provincia, leggermente più che nel Perugino (+8,55%) e in linea con l’8,57% regionale, sesto dato italiano. Nell’economia ternana il settore pesa il 4,03%, contro il 2,74% di Perugia e il 3,04% dell’intera regione.

L’industria ferma e i servizi in affanno

Il quadro si complica nell’industria in senso stretto, esclusa l’edilizia. Terni è 82ª con una variazione di −0,07%, mentre Perugia è dodicesima con +4,59%. Il confronto spiega buona parte del divario fra le due province, in una regione dove l’industria cresce complessivamente del 3,59%, quarto risultato nazionale, e vale 5,17 miliardi, il 20,39% del valore aggiunto umbro.

Anche i servizi mostrano difficoltà. I tre aggregati valgono il 69,97% dell’economia regionale e crescono tutti meno delle rispettive medie italiane.

Nel primo, che comprende commercio, riparazione di veicoli, trasporti, alloggio, ristorazione e servizi di informazione e comunicazione, Terni è 102ª con −0,50%. Insieme a Perugia (101ª, −0,44%) è fra le sole nove province italiane con un calo in questo gruppo. In Umbria l’aggregato vale 5,76 miliardi, il 22,73% del totale, e arretra dello 0,45% mentre l’Italia sale del 2,14%: è l’unico dato negativo fra le venti regioni.

Il dato contrasta con le statistiche ufficiali della Regione Umbria sul turismo: nel 2025 gli arrivi nelle strutture ricettive sono cresciuti del 9,1% e le presenze dell’8,5%, arrivando a 3,04 e 7,94 milioni. Crescono visitatori e pernottamenti, mentre l’aggregato che include alberghi e ristoranti registra una flessione.

Nel secondo aggregato, con attività finanziarie, assicurative, immobiliari, professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi di supporto, Terni è 104ª con +0,67%, contro il +1,04% di Perugia. La regione, con 6,59 miliardi pari al 26% del totale, cresce dello 0,96% rispetto al 2,39% nazionale ed è penultima, davanti solo al Veneto (+0,81%).

Nel terzo aggregato, che include pubblica amministrazione, istruzione, sanità, assistenza sociale, attività artistiche e altri servizi, Terni è 96ª con +0,70%. L’Umbria registra +0,84% contro il +2,15% italiano, con un valore di 5,38 miliardi, il 21,24% del totale; peggio fa solo la Valle d’Aosta (+0,80%). Il rapporto non distingue la pubblica amministrazione dalle attività private dello stesso gruppo, e non permette di sostenere che la spesa pubblica regionale sia cresciuta soltanto dello 0,84%.

Redazione

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