Durante la tre giorni “Il potere delle acque” a Terni, l’attore e autore Stefano de Majo ha offerto un viaggio poetico tra storia, identità e spiritualità. Un dialogo profondo sull’acqua come bene comune, memoria collettiva e materia teatrale.
Lo abbiamo voluto interpellare con alcune domande.
D: Stefano, qual era il senso iniziale del suo intervento?
Stefano De Majo: Quando Sauro mi ha invitato, avevamo immaginato un certo tipo di intervento. Ma poi, come spesso accade nel teatro e nella vita, sono stati gli eventi, i racconti e l’energia condivisa — proprio come l’acqua — a decidere per noi. Ho scelto di raccontare storie.
Domanda: Perché le storie? Che potere ha l’acqua per lei?
Stefano De Majo: L’acqua non è solo un elemento naturale. L’acqua scorre, sì, ma soprattutto intreccia destini, restituisce memorie, apre visioni. È narrazione. È identità. È destino.
Domanda: Hai evocato figure storiche legate a Terni. Qual è il loro significato nel tuo racconto?
Stefano De Majo: Nel 1780, Antonio Canova fu colpito dalla devozione silenziosa delle donne ternane. Anni dopo, anche Chateaubriand, il poeta, tornò a Terni per un ultimo sguardo d’amore sotto la Cascata delle Marmore. La donna che aveva amato, ormai gravemente malata, gli sussurrò soltanto: “Non dire niente. Lasciamo le acque fluire”. Quel momento fu l’estremo saluto alla sua ex amante Pauline de Beaumont, che morì pochi giorni dopo. Riemerge così l’antico simbolo della Cascata, che unisce la vita e la morte, proprio come affermato da Virgilio nel VII libro dell’Eneide.
Sono immagini che parlano di una città sospesa tra arte, emozione e fluire. Una città che, pur non avendo il mare, è mare nell’anima.
Domanda: Ha citato anche Papa Francesco e l’enciclica “Laudato Si’”. Cosa significa per te?
Stefano De Majo: Il Papa ci ricorda che l’acqua non è una merce. Non è proprietà. È casa. È diritto. È sacra. Ed è proprio così. Terni è incastonata tra fiumi, salti d’acqua, canali, e memorie liquide. Dobbiamo riscoprire questa verità profonda: l’acqua è la nostra spiritualità comune.
Domanda: Ha parlato anche di visione industriale e identità umbra. Come si coniugano questi aspetti?
Stefano De Majo: Visionari come Benedetto Brin, Stefano Breda, Cassian Bon hanno scelto Terni perché l’hanno vista per ciò che è: una città d’acqua e d’energia. L’Umbria, fin dai tempi antichi, era un territorio che arrivava al mare. Oggi, quel mare lo troviamo nelle pieghe della Valnerina, nelle sorgenti del Velino, e nei racconti che ci fanno piangere e sognare.
Domanda: C’è anche una riflessione etica nel suo intervento…
Stefano De Majo: Sì, ho raccontato di un padre gesuita che si rifiutò di benedire la conquista armata di una sorgente. Disse: “Se per ottenere l’acqua serve la forza, allora non siamo nel giusto.” È un monito attualissimo. L’acqua va protetta, rispettata, condivisa. Non imbottigliata né venduta.
Domanda: Che ruolo ha il teatro in tutto questo?
Stefano De Majo: Il teatro, come l’acqua, unisce tempi e coscienze diverse. Ci permette di sentire, di riflettere, di ricordare. In un’epoca in cui ci stiamo disgregando, serve cultura e responsabilità collettiva. Serve consapevolezza.
Domanda: Cosa vuoi dire, in definitiva, alla sua città?
Stefano De Majo: Terni non è solo acciaio. Terni è acqua che parla, che canta, che ci chiama. Viva l’acqua che ci cerca, che ci unisce, che ci rende umani. Viva l’acqua che siamo.

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