Il Prof. Giuseppe Croce, docente del Dipartimento di Economia e Diritto de La Sapienza di Roma, ha condiviso con schiettezza e profondità una riflessione sul futuro dell’istruzione universitaria nella città. Più che un intervento, il suo è stato un invito collettivo alla responsabilità, attraverso quattro domande “scomode”, rivolte a cittadini, istituzioni e comunità accademica. Lo abbiamo intervistato per riprendere e approfondire i passaggi centrali del suo intervento.
Professore, ha esordito con una domanda netta: vogliamo a Terni un polo didattico o un polo di ricerca?
La domanda non è provocatoria, è concreta. Le due cose – didattica e ricerca – devono convivere, ma presuppongono visioni diverse, strategie differenti, anche in termini di investimenti e risorse umane. Un polo didattico si costruisce puntando su corsi attrattivi e ben organizzati; un polo di ricerca invece necessita di laboratori, bandi competitivi, reti internazionali. Se non ci poniamo questa domanda, continueremo a navigare a vista.
La seconda questione che ha posto riguarda le promesse: Terni è intrappolata in un ciclo di annunci?
Purtroppo sì. Ogni volta che cambia un Rettore, si riparte con gli annunci, con le speranze. Ma la realtà è che a Terni si ripetono promesse che non si traducono in risultati strutturali. Il rischio è quello dell’ennesima occasione mancata. E Terni, onestamente, non può più permetterselo.
Lei ha anche chiesto se Terni può contare solo sull’Università di Perugia per crescere. È una critica al modello attuale?
Non è una critica, è un richiamo alla realtà. L’Università di Perugia, con la corresponsabilità delle istituzioni ternane, ha realizzato a Terni un polo didattico ridotto ai minimi termini, in condizioni strutturali spesso fatiscenti, un doppione di corsi esistenti già in tante altre realtà, poco attrattivo per studenti e docenti. Pensare di costruire un sistema universitario locale contando solo su di essa è limitante, sarebbe più utile alzare lo sguardo e valutare più opzioni. Servono alleanze, progettualità autonoma, partecipazione della città. L’università deve essere un pezzo di un progetto locale più ampio, non qualcosa che arriva, se arriva, dall’alto.
Infine, ha fatto notare che a Terni manca ancora un ITS. Perché è così rilevante?
Perché l’università non è l’unica forma di istruzione terziaria. Gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) rispondono oggi a una domanda chiara: figure tecniche e specializzate per affrontare la transizione digitale e ambientale. Sono strumenti flessibili, concreti, legati al tessuto produttivo. E dipendono dalle scelte locali. Se non riusciamo a realizzare un ITS a Terni, che credibilità abbiamo quando parliamo di università a Terni?
Ma qualcosa è cambiato? O siamo fermi al punto di partenza?
Qualcosa è cambiato, ma non basta. Dobbiamo domandarci: perché città come Rieti o Viterbo, che sono realtà urbane minori rispetto a quella di Terni, hanno ottenuto più corsi, strutture, investimenti? Hanno avuto idee chiare, strumenti adeguati, un vero impegno politico. Anche a Terni ci sono state buone idee, ma servono governance, strumenti, alleanze, e la volontà concreta di fare. Non possiamo più limitarci a chiedere: dobbiamo imparare a costruire.
Professore, lei ha parlato della necessità di una “governance solida”. Cosa significa, nel concreto?
Significa che non bastano più le idee, né i documenti programmatici o le visioni. Serve la capacità – istituzionale, politica e tecnica – di trasformare quelle idee in progetti reali, con scadenze, risorse, interlocutori. La governance della formazione non è fatta solo di scelte accademiche, ma coinvolge imprese, enti locali, fondazioni, professionisti, tutti chiamati a costruire un progetto condiviso. Questo è l’unico modo per evitare che le buone intenzioni restino lettera morta. Terni ha bisogno di una regia credibile, autorevole, capace di durare nel tempo.
In sintesi, qual è il suo messaggio alla città?
Che non basta cullarsi ciclicamente, ad ogni cambio di Rettore dell’Università di Perugia, con idee velleitarie: un’università bisogna saperla pensare e progettare. Non è un problema solo di risorse, ma di visione e capacità di fare sistema. E su questo, Terni deve interrogarsi profondamente.
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Nessuno parla che si può Fare un”università autonoma? Nelle Marche una regione poco più grande dell’ Umbria hanno quattro università, in Abruzzo idem.
Migliaia di leciti pensieri,
centinaia di posizioni eminenti, decine di costruttivi tavoli,
Tocca uscire dal vincolo ateneo del nord Umbria (manco lo nomino)