Perché sostiene la soluzione di Colle Obito?
Perché quello è già il luogo della sanità ternana. L’ospedale è lì da decenni, la città lo riconosce come il proprio punto di riferimento sanitario e intorno a quella struttura si sono sviluppati collegamenti, servizi e investimenti pubblici importanti. Il piano regolatore cittadino prevede quell’area a destinazione sanitaria definendola la “città della salute”. Colle Obito rappresenta una soluzione concreta, anche dal punto di vista logistico e amministrativo, che negli anni si è sviluppata attorno all’ospedale. Spostare l’ospedale in altro sito significherebbe disperdere un patrimonio costruito nel tempo e perdere strutture che ancora oggi funzionano. L’ipotesi di trasferirvi le strutture dell’ASL attualmente in via Bramante saturerebbe solo in parte la capienza dell’edificio lasciandone una cospicua parte inutilizzata.
Nel suo intervento ha contestato l’idea che l’ospedale attuale sia ormai completamente superato.
Sì, perché non esistono documenti tecnici che certifichino l’obsolescenza della struttura ospedaliera e la necessità di abbandonare quel sito perché considerato inutilizzabile. Ci sono certamente criticità, ma esistono anche reparti moderni, investimenti recenti e tecnologie avanzate che rappresentano un valore importante per la sanità ternana. Penso ai blocchi operatori, alla sala ibrida, all’eliporto e a tutta una serie di interventi fatti negli ultimi anni. Per questo trovo sbagliato parlare dell’ospedale come se fosse una struttura completamente vecchia. Bisogna distinguere ciò che va migliorato da ciò che invece può ancora essere valorizzato e integrato.
Secondo lei nel dibattito pubblico questo aspetto viene sottovalutato?
Credo di sì. Spesso il confronto si concentra molto sull’idea del “nuovo”, mentre si considera poco tutto ciò che è stato costruito negli anni. In realtà sull’ospedale di Terni sono stati fatti investimenti importanti e alcune strutture hanno standard assolutamente adeguati: penso ad esempio al blocco operatorio, inaugurato nel 2009, al reparto di Malattie Infettive ristrutturato con un’area con doppio filtro (interno/esterno ed esterno/interno). Questo non significa negare i problemi esistenti, ma affrontarli in modo realistico senza cancellare automaticamente ciò che già esiste.
Quali sono allora le criticità principali da affrontare?
Ci sono problemi organizzativi e funzionali evidenti. Alcuni reparti sono distribuiti in modo poco razionale, i percorsi interni sono complicati, non correttamente separati e finalizzati. Il pronto soccorso è sottodimensionato rispetto alle esigenze attuali e ancora non completamente organizzato secondo i criteri di criticità. Esistono poi difficoltà nei collegamenti verticali, tra emergenza, diagnostica e alcune aree strategiche dell’ospedale. A questo si aggiungono problemi legati ai parcheggi, agli accessi e a spazi che in alcuni casi non sono più adeguati ai volumi di attività odierni. Però nessuna di queste criticità significa automaticamente che si debba demolire tutto e ricominciare completamente da zero.
Lei parla di “rifunzionalizzazione”. Che cosa intende concretamente?
Intendo una riorganizzazione seria della struttura esistente che abbia come riferimento il modello funzionale fatto di attività diagnostica, cura ed assistenza ospedaliera, caratterizzata da velocità, precisione, complessità tecnico-sanitaria, professionalità e multidisciplinarietà. Bisogna ripensare la disposizione dei reparti, migliorare i collegamenti interni, avvicinare tutte le tecnologie diagnostico-terapeutiche e le aree ad assistenza intensiva all’area dell’emergenza utilizzando al meglio gli spazi disponibili. Significa ridimensionare la struttura verticale dell’ospedale cambiando destinazione d’uso agli ultimi tre piani dell’edificio per adibirli ad attività di supporto sanitario (biblioteche, sale conferenze, sale relax per il personale etc.) accorciando in tal modo i percorsi verticali. Significa ampliare verso il lato Sud le degenze individuando in questa nuova area il nuovo ingresso visitatori e l’area dei poliambulatori evitando in tal modo la promiscuità dei percorsi. Non significa mettere semplicemente delle toppe o fare opera di restyling. Significa intervenire in modo razionale seguendo un disegno complessivo per rendere l’ospedale più efficiente dal punto di vista organizzativo, funzionale e clinico-assistenziale. Su questa visione si fonda il progetto da noi sostenuto, convinti come siamo che un ospedale non è una struttura edilizia o un’opera architettonicamente attraente, ma l’insieme organicamente integrato di professionalità, tecnologia e organizzazione. In molti casi questo obbiettivo, che vale per il nostro ospedale, si può ottenere anche senza trasferirlo altrove.
Quanto pesa il tema dei costi e dei tempi nelle valutazioni future?
Pesa moltissimo. Pensare di trasferire completamente l’ospedale significa affrontare tempi lunghi, contenziosi amministrativi a volte lunghi decenni, nuove opere infrastrutturali, problemi urbanistici e costi enormi. Per questo credo che prima di aprire continuamente nuove ipotesi bisognerebbe capire fino in fondo come valorizzare e migliorare ciò che già esiste. Ricominciare ogni volta da capo rischia soltanto di allungare ulteriormente i tempi e aumentare le difficoltà.
Nel suo intervento ha insistito molto anche sul rapporto con l’università.
Certo, perché ospedale e università devono restare insieme. Gli specializzandi, la formazione medica e infermieristica, il rapporto con la ricerca sono fondamentali per il futuro della sanità ternana. Un ospedale universitario non è soltanto una struttura sanitaria, ma anche un luogo di formazione e crescita professionale ove la stessa università, misurandosi con i nuovi bisogni sanitari, deve aggiornare i programmi formativi per renderli sempre più aderenti al mutato quadro sanitario. Separare questi aspetti sarebbe un errore strategico per tutto il sistema sanitario regionale e cittadino.
Qual è il messaggio principale che vuole lanciare?
Che un ospedale non è soltanto una costruzione nuova. E’, prima di tutto, una funzione fatta di organizzazione, servizi, professionalità e capacità di cura. Tutto questo può essere migliorato intervenendo sulla struttura esistente. Bisogna avere il coraggio di percorrere questa strada con realismo, attenzione ai costi e tempi sostenibili per la città, evitando di disperdere il patrimonio sanitario che Terni ha costruito negli anni.
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