Nel dibattito è emerso spesso il tema della frammentazione associativa. Lei come la interpreta?
La frammentazione esiste, ma non bisogna nemmeno raccontare una realtà completamente divisa. In molti casi le associazioni collaborano già, soprattutto quando esiste un obiettivo concreto. Basta pensare alle mostre o ad alcune iniziative culturali cittadine dove più realtà lavorano insieme. Il vero problema è che spesso ci si ferma alle dichiarazioni di intenti senza arrivare alla costruzione di progetti operativi continuativi.
Quindi il problema principale non deriva dalla mancanza di volontà?
Esatto. Credo manchi soprattutto un progetto forte, condiviso e mobilitante. Solo lavorando concretamente su qualcosa di reale si può capire se il territorio è davvero capace di fare rete oppure no. Parlare genericamente di collaborazione rischia di restare astratto. Quando invece esiste un obiettivo preciso, le persone e le associazioni tendono a mettersi in gioco molto di più.
Durante il suo intervento ha parlato dell’idea di un “Festival della bellezza”.
Sì, ma il nome conta relativamente. Il punto è costruire un contenitore culturale contemporaneo capace di mettere insieme musica, arte, filosofia, spettacolo e riflessione culturale. Una città come Terni possiede energie importanti, ma spesso disperse o scollegate. Un progetto di questo tipo potrebbe diventare un’occasione concreta per unire competenze diverse e creare una progettualità stabile nel tempo.
Terni possiede davvero le risorse culturali per sostenere un progetto del genere?
Assolutamente sì. Terni ha una tradizione musicale importante che affonda le radici già dagli anni Settanta e nel tempo sono nate professionalità molto valide. Lo stesso vale per il mondo dell’arte contemporanea. Esistono artisti, operatori culturali e realtà associative che lavorano con qualità e che spesso riescono anche a costruire relazioni fuori dal territorio regionale. Il problema è che manca uno spazio stabile e vivo capace di valorizzare davvero queste energie.
Ha parlato anche del rapporto tra contemporaneità e spazi culturali.
Sì, perché in Umbria manca ancora una vera attenzione strutturata verso la contemporaneità. Ci sono musei e spazi importanti, ma spesso l’arte contemporanea resta marginale oppure poco valorizzata. Invece una città dovrebbe investire anche nella produzione culturale contemporanea, perché è quella che permette di mantenere vivo il dialogo con il presente.
Quale lavoro state portando avanti con il Centro Studi Storici?
Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto sul recupero della memoria artistica cittadina. Abbiamo organizzato mostre e approfondimenti dedicati ad artisti importanti spesso dimenticati, come Mercuri e Fioroni. L’obiettivo è restituire identità culturale alla città e valorizzare patrimoni artistici che rischiano di essere trascurati o conosciuti solo da pochi specialisti.
Nel dibattito si è fatto un focus anche sui finanziamenti e sull’accesso ai bandi. Qual è il suo punto di vista?
Credo che il tema dell’informazione sia fondamentale. Molte associazioni non hanno accesso agli stessi strumenti o alle stesse conoscenze. Servirebbero percorsi pubblici di accompagnamento e informazione per aiutare le realtà associative a orientarsi meglio tra bandi e opportunità. Le istituzioni dovrebbero svolgere anche questa funzione di supporto e di equilibrio territoriale.
Qual è il messaggio finale che vuole lasciare?
Che bisogna passare dalle intenzioni all’operatività. Ragionare in astratto non basta più. Terni possiede energie culturali importanti, ma serve la capacità di costruire progetti concreti, verificabili e continuativi. Solo così si possono creare reti vere, collaborazione stabile e una crescita culturale capace di coinvolgere davvero il territorio.
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