All’alba di lunedì è scattato un vasto blitz antimafia in Calabria, che ha portato all’emissione di dieci ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti affiliati al clan La Rosa di Tropea. L’operazione, condotta dai militari della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e Catanzaro con il supporto del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (SCICO) di Roma, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro sotto la guida del procuratore Salvatore Curcio.
Il provvedimento cautelare, firmato dal GIP del Tribunale di Catanzaro, ha disposto la custodia in carcere per sette soggetti e gli arresti domiciliari per altri tre. Tra i destinatari del mandato di arresto ci sono Antonio La Rosa, detto “Ciondolino”, e Francesco La Rosa, detto “U Bimbu”, ritenuti esponenti di spicco del sodalizio criminale, già detenuti in regime di carcere duro. Ai domiciliari è finito anche Domenico La Rosa, figlio di Antonio. Altre figure coinvolte sono Cristina La Rosa, figlia di Antonio; Giuseppina Costa, compagna di Francesco; Tomasina Certo, moglie di Antonio; e Davide Surace, marito di Cristina. Un colpo pesante alla ‘Ndrangheta calabrese.
Indagini su sedici persone: ricostruiti i reati e i ruoli
Complessivamente, sedici soggetti risultano indagati, provenienti da diverse località italiane. Le accuse a vario titolo riguardano associazione mafiosa, estorsione aggravata, utilizzo illecito di dispositivi di comunicazione da parte di detenuti e trasferimento fraudolento di beni. Le perquisizioni sono state effettuate in numerosi centri italiani, tra cui Prato, Terni, Secondigliano, Lamezia Terme, Spilinga, Ricadi e Zaccanopoli.
Le investigazioni, svolte dai Nuclei di Polizia Economico-Finanziaria di Vibo e Catanzaro, hanno ricostruito un sistema di comunicazioni illecite tra detenuti e familiari, realizzato attraverso telefoni cellulari e SIM intestate a soggetti extracomunitari. Questi strumenti venivano utilizzati per mantenere i rapporti con l’esterno e impartire ordini operativi, confermando la continuità criminale della cosca anche durante la detenzione dei suoi vertici.
Estorsioni, riciclaggio e controllo del territorio
Le intercettazioni hanno documentato diversi episodi estorsivi ai danni di attività commerciali locali che, sotto minaccia, sostenevano economicamente il clan e i suoi affiliati detenuti. Un caso specifico riguarda anche un imprenditore locale estorto durante la fase più acuta della pandemia da COVID-19. È stato inoltre ricostruito un episodio di trasferimento fraudolento di un immobile, poi venduto a terzi per eludere le misure di prevenzione patrimoniale.
Un elemento significativo emerso dall’indagine è l’attiva partecipazione di alcune donne nella gestione operativa della cosca. A loro è attribuito un ruolo cruciale nella gestione delle finanze, nella riscossione delle somme estorte e nella cura dei contatti tra il carcere e l’ambiente esterno. Le indagate si sarebbero occupate dell’acquisto e ricarica di cellulari, del passaggio di messaggi e dell’attuazione delle direttive dei detenuti, contribuendo così alla stabilità e all’efficienza dell’organizzazione criminale.
(servizio in aggiornamento)
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