Un artigiano ternano di 50 anni morì di infarto sulla soglia di casa propria nel 2017, appena ventiquattr’ore dopo essere stato dimesso dal reparto di Cardiologia dell’Azienda ospedaliera di Terni con una diagnosi che non aveva rilevato il pericolo imminente. A quasi nove anni di distanza, la struttura sanitaria è stata condannata in via definitiva a risarcire 800mila euro alla vedova e alla figlia della vittima. La sentenza del Tribunale civile di Terni, confermata in secondo grado dalla Corte d’appello di Perugia e non impugnata in Cassazione, chiude una lunga vicenda giudiziaria che ha attraversato prima le aule penali e poi quelle civili.
Le circostanze del decesso e il percorso clinico
L’uomo, all’epoca temporaneamente disoccupato, si era presentato in pronto soccorso nel corso della notte lamentando dolori al petto e allo stomaco, sintomi che in precedenza il medico di famiglia aveva ricondotto ad ansia. Dal pronto soccorso era stato trasferito nel reparto di Cardiologia, dove tuttavia era rimasto ricoverato soltanto un giorno, un lasso di tempo giudicato insufficiente per rilevare la gravità delle sue condizioni. Le dimissioni anticipate si sarebbero rivelate fatali: il giorno seguente, il paziente fu colto da un infarto mentre si trovava davanti alla porta della propria abitazione.
Il lungo percorso giudiziario: dal penale al civile
Il caso approdò inizialmente davanti alla procura penale, che tuttavia dispose l’archiviazione: secondo i magistrati inquirenti, non esisteva la certezza che un trattamento ospedaliero prolungato avrebbe potuto scongiurare la morte. La famiglia non si fermò e, con il supporto delle avvocate Giuliana Scorsoni e Gianna Galliccia, decise di percorrere la strada del giudizio civile.
In questa sede, il parametro probatorio richiesto è differente e meno stringente rispetto al penale: non la certezza assoluta, ma la “ragionevole probabilità ” di un nesso causale tra la condotta medica e l’evento dannoso. Sulla base di questo criterio, il Tribunale civile di Terni ha riconosciuto la responsabilità dell’azienda ospedaliera, ravvisando un’imprudenza nelle dimissioni precoci del paziente. La Corte d’appello di Perugia ha confermato integralmente tale valutazione, rendendo la condanna definitiva.
Il risarcimento e le conseguenze per la famiglia
Il risarcimento da 800mila euro rappresenta per la vedova e per la figlia, che all’epoca dei fatti aveva diciott’anni, non soltanto un riconoscimento giuridico del torto subito, ma anche una concreta prospettiva di stabilità : le due donne potranno utilizzare la somma per acquistare un’abitazione.
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