Il consiglio comunale aperto sul progetto di ricostruzione del teatro Verdi di Terni si è concluso lunedì mattina in poco più di un’ora, senza produrre variazioni al progetto in corso. Il sindaco Stefano Bandecchi ha chiuso la seduta con la dichiarazione: «Più di questo oggi non poteva essere fatto», archiviando un appuntamento atteso da 13 mesi dalla presentazione della petizione popolare che ne aveva richiesto la convocazione. L’incontro era stato sollecitato da 500 firmatari contrari all’impostazione progettuale, mentre i lavori del cantiere da 22 milioni di euro — articolati in due stralci — sono ormai avanzati.
I lavori: stato di avanzamento e scadenze
Il Rup Matteo Bongarzone ha aggiornato in aula le percentuali di avanzamento: il primo stralcio ha raggiunto il 74% di completamento, mentre il secondo stralcio, finanziato con 14 milioni del PNRR e avviato in un momento successivo, si attesta al 44%, con un ritardo nell’esecuzione rispetto al cronoprogramma. Nel complesso, circa il 60% del teatro risulta già realizzato. Il dirigente comunale ai lavori pubblici Piero Giorgini e il consigliere regionale Enrico Melasecche hanno indicato il completamento entro l’anno e l’inaugurazione nella primavera del 2026.
Bandecchi ha respinto l’accusa di chi sostiene che il confronto sia arrivato troppo tardi: «Tardi non lo è adesso: lo era già il giorno del mio insediamento, e ancor prima. Il progetto è stato fatto nella maniera più democratica possibile». Nei giorni scorsi erano intervenuto su questo tema il consigliere del misto Verdecchia, sottolineando l’inutilità del consiglio a questo punto.
Le critiche: acustica, capienza e concezione del teatro
In sala sono intervenuti il dottor Giampaolo Di Emilio, l’ingegnere Francesco Martinelli, l’architetto Paolo Leonelli, il dottor Walter Cassutti e la dottoressa Manuela Canali, tutti da tempo critici con l’impostazione emersa dal bando di progettazione. A questi si sono aggiunti Tommaso Onofri, l’ex assessore Giovanni Maggi — che ha rinunciato all’intervento — e l’ex consigliere Michele Rossi.
Le obiezioni si concentrano su tre fronti. Sul piano della concezione architettonica, i critici rifiutano il modello di teatro-cinema postbellico e rivendicano un ritorno al progetto ottocentesco dell’architetto Luigi Poletti: «Il progetto attuale dà vita a un teatro ibrido che andrebbe a configurarsi come un esempio negativo da non replicare». Sul fronte della capienza, i tecnici hanno chiarito che raggiungere i 1.200 posti nel rispetto delle normative vigenti sarebbe impossibile, precisando che lo spazio riservato all’orchestra potrà accogliere almeno 50 musicisti. Sull’acustica, Bandecchi ha rassicurato che i lavori sono stati affidati a specialisti del settore, e Giorgini ha specificato che «se n’è occupato il massimo esperto in Italia». I critici hanno richiesto chiarezza anche sulle dotazioni tecniche previste per la struttura.
Il nodo del “falso storico”
L’ipotesi di un ritorno al progetto Poletti è stata respinta sia da Melasecche sia da Giorgini, che hanno richiamato il ruolo della Soprintendenza. Quest’ultima, fin dall’avvio del percorso progettuale, ha impedito la replica dell’edificio ottocentesco, ritenuta un falso storico: «Non è possibile replicare ciò che non esiste più, a meno che non si tratti di un restauro», ha precisato Giorgini. Melasecche ha inoltre contestato l’idea di una destinazione esclusivamente lirica della struttura: «Chi ha stabilito che il teatro debba essere solo lirico? È prosa, ballo e cultura».
Lo scontro verbale più acceso si è registrato tra Melasecche e Cassutti.
I 13 mesi di attesa e la procedura del consiglio aperto
La consigliera di Alternativa Popolare Sara Francescangeli ha ricostruito l’iter che ha portato alla convocazione. La petizione con 500 firme era pervenuta al gruppo di maggioranza un anno fa; la conferenza dei presidenti aveva ricevuto i firmatari nell’aprile 2025, illustrando le ragioni tecniche che impedivano di accogliere le richieste. A novembre era arrivato l’atto di indirizzo del consigliere Verdecchia, approdato in consiglio a gennaio; la conferenza dei presidenti aveva deliberato a febbraio la convocazione del consiglio aperto. «Considerando i tempi di convocazione di 30 giorni, si era così arrivati a 13 mesi di distanza dall’originale richiesta. Si chiama partecipazione, non è spreco di denaro», ha dichiarato Francescangeli.
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