Nel suo intervento ha parlato di interdipendenza tra uomo e natura. Cosa significa concretamente?
Significa riconoscere che la nostra esistenza dipende direttamente dalle piante. Circa 500 milioni di anni fa le piante hanno invaso le terre emerse e, nel periodo Devoniano, hanno formato le grandi foreste del pianeta, iniziando ad assorbire enormi quantità di CO₂ e a produrre ossigeno. Noi umani e gli animali siamo potuti esistere solo grazie a questo, siamo letteralmente “figli delle piante”: la natura saprebbe benissimo fare a meno di noi, ma noi non possiamo fare a meno di lei. Questa consapevolezza dovrebbe cambiare completamente il nostro modo di vedere il verde.
Qual è oggi la situazione dal punto di vista climatico?
I dati sono molto chiari e allarmanti: all’inizio del 2026 siamo arrivati a circa 430 parti per milione di CO₂, un livello altissimo. Se continuiamo con questo andamento (business as usual), le proiezioni indicano che intorno al 2100 raggiungeremo le 800 parti per milione, creando scenari del tutto incompatibili con la vita umana. Questo ci dice che non possiamo più rimandare, perché prima di arrivare a quel livello, la specie umana si estinguerebbe.
Nel dibattito è emerso anche il tema del tempo. Quanto è urgente intervenire?
È un’urgenza assoluta. Secondo l’IPCC dell’ONU (Premio Nobel 2007), dobbiamo riassorbire 730 miliardi di tonnellate di CO₂ entro il 2100. I tempi della natura, però, non coincidono con quelli delle decisioni umane e politiche, che spesso sono guidate solo dal potere e dal tornaconto economico. Se continuiamo a rimandare o ad approvare leggi permissive che autorizzano il taglio indiscriminato dei boschi ignorando la crisi in atto, le conseguenze diventeranno presto irreversibili.
Esistono soluzioni concrete?
Sì, e molte sono del tutto naturali e a portata di mano. Uno studio pubblicato su Science nel 2019 ha dimostrato che, oltre ai 4 miliardi di ettari di foreste già esistenti, sul pianeta c’è spazio per piantare altri 900 milioni – o addirittura un miliardo – di ettari di boschi, lasciando totalmente intatte le attuali aree abitate e agricole. Basterebbe piantarli e lasciarli in pace. Ma attenzione: tagliare alberi secolari per piantarne di nuovi è inutile, perché per pareggiare l’assorbimento di un grande albero adulto servono dai 50 ai 150 alberi giovani. Da sole, le foreste assorbirebbero tutta la CO₂ necessaria senza dover inventare tecnologie fantascientifiche.
Serve agire a livello locale o globale?
Entrambi. Il problema è globale, ma lo scontro si gioca a livello locale contro interessi speculativi giganteschi. Ho portato l’esempio emblematico della Pineta del Tombolo a Grosseto, un’invariante paesaggistica enorme che ha rischiato di essere abbattuta. Con finte emergenze legate a inesistenti pericoli d’incendio o a fantomatiche infestazioni, si volevano tagliare enormi aree verdi al solo scopo di garantire 40.000 tonnellate di legname all’anno a una vicina centrale a biomasse dell’Enel in Val di Cornia, che in 35 anni avrebbe raso al suolo l’intera pineta.
Qual è il cambiamento più importante da fare?
Cambiare radicalmente prospettiva: il verde non è una materia prima da bruciare per fare profitti, ma un sistema vitale da proteggere. Oggi in Italia abbiamo una distorsione gravissima: secondo i dati ENEA e GSE, nel 2017 (gli ultimi dati che sono riuscito ad avere) avevamo a disposizione 26 milioni di tonnellate di biomasse vergini, ma ne abbiamo bruciati 52 milioni all’anno, il doppio di quello che le foreste potevano sostenere. I dati GSE più recenti mostrano quelle quantità che bruciamo sono sempre all’incirca le stesse, mentre non riesco ad avere dati più recenti dall’ENEA. Stranamente. In ogni caso, Distruggiamo i nostri boschi per incassare i milionari incentivi statali garantiti alle biomasse perché falsamente riconosciute come energie rinnovabili. Ad esempio, a un impianto biomasse da 1 MW che tra costruzione ed esercizio costa su 3 milioni di euro, gli incentivi europei e statali garantiscono per 20 anni 1 milione di euro l’anno di incentivi, quindi 20 milioni di guadagno assicurati dallo Stato italiano. 20 meno 3 fa 17, cioè sono garantiti 17 milioni di guadagno netto in 20 anni. Chi non realizzerebbe una centrale a biomasse disponendo di 3 milioni di capitali da investire? Finché faremo leggi che permettono e finanziano questo scempio, la vera transizione ecologica sarà impossibile.
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