Dalla Cultura Tecnica al Bene Comune: la visione di Andrea Moriconi per una Terni universitaria e industriale

Intervista-racconto con l’imprenditore e manager ternano, tra memoria industriale, esperienze imprenditoriali e proposta per un modello sinergico di sviluppo locale

Andrea Moriconi

In che modo ha vissuto personalmente il rapporto con il mondo universitario?

Quando ho ricevuto l’invito per “Terni Universitaria”, ho accettato con grande interesse. Il tema dell’università mi riguarda profondamente: da cittadino/studente, da ingegnere/docente universitario, da imprenditore. Mi sono laureato in ingegneria nucleare nel 1975, in un periodo in cui si respirava un forte fermento culturale e tecnico. Ho lavorato per Ansaldo Nucleare e poi nella Caldareria Nucleare della Società Terni Acciaieria (1976/83). Parallelamente, ho anche insegnato, come professore a contratto all’Università di Roma. Ma nel 1983 ho fatto una scelta radicale: lasciare quel percorso e mettermi in gioco come piccolo imprenditore.

Qual era l’idea alla base di quella scelta?

Volevo valorizzare le opportunità del nostro territorio, che non mi sembravano all’attenzione delle strutture industriali e di R&S allora presenti. All’epoca Terni ospitava tre grandi complessi industriali, ognuno con il proprio centro di ricerca. C’era un ecosistema industriale ricco e vivo. Così abbiamo partecipato alla costituzione di un consorzio tra piccole imprese per offrire servizi a livello nazionale. Abbiamo partecipato al processo di privatizzazione dell’AST – Terni, sviluppato tecnologie in partnership con CSM e UNIPG, dato vita a iniziative produttive, come Printer, e Metalli Rivestiti Terni, Titech, altre all’estero. Ma ci siamo scontrati con un ostacolo molto forte: la mancanza di una vera cultura del bene comune.

Cosa intende esattamente per “mancanza di cultura del bene comune”?

Nei consorzi fra imprese, come nelle Partnership fra Centri di Ricerca Universitari e Imprese, troppo spesso ciascuno pensa prioritariamente al proprio tornaconto, piuttosto che all’obiettivo comune. Quest’ultimo diviene spesso una dichiarazione di intento, cui non corrisponde alcun risultato che incrementi il benessere comune. Senza una visione comune non si va lontano. Per questo credo che la crescita culturale sia l’unico antidoto possibile. Cultura tecnica, certamente, ma anche cultura etica, progettuale e sociale. Un polo universitario può e deve essere una tessera di un mosaico territoriale che deve rappresentare un quadro di sviluppo sociale sostenibile e di benessere diffuso.  Va concepito ed attuato un Progetto di Sistema, con milestones identificate e verifiche intermedie e finali, identificando obiettivi e risorse disponibili e certe, con patti chiari, obiettivi condivisi, vincoli reali e una forte responsabilità.

Quali esempi concreti di collaborazione virtuosa può indicare?

Noi abbiamo cercato di superare le difficoltà evidenziate realizzando sistema di imprese, con unica capogruppo Tecnofin spa, organizzato come un concreto Parco Scientifico, Tecnologico e Produttivo. Siamo riusciti a costruire realtà significative grazie alla sinergia tra università, ricerca e industria. Penso a TIFAST, per lo sviluppo del titanio (oggi unico produttore nazionale), al Centro Tecnologie Ambientali, da cui Ansaldo Fuel Cell (idrogeno da syngas), a brevetti nella pirogassifcazione e nella fusione e riciclo di rottami do titanio (SKM), altro. Esperienze che dimostrano quanto potenziale abbia questo territorio. Tuttavia, sempre di più, ancora, non si evidenziano organizzazioni e strutture capaci di trasformare le idee in realtà strutturate e durature.

Quale modello propone per superare questa frammentazione?

Ho partecipato, in altri periodi e in altre realtà, a strutture imprenditoriali pubbliche/private dedicate alla job creation. Un’entità che faccia da garante per la messa a terra delle idee progettuali: che sia in grado di coinvolgere università, industria e finanza, che abbia poteri concreti per trasformare le dichiarazioni in investimenti reali. Non servono solo parole, ma progetti, contratti e responsabilità condivise. Solo così possiamo generare vero sviluppo, costruito sul valore e non sull’improvvisazione.

Redazione

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