Nel suo intervento ha detto che il rischio è restare sul piano teorico. Perché succede così spesso quando si parla di verde?
Perché è uno di quei temi su cui tutti sono d’accordo in partenza. Nessuno è contro il verde, nessuno ne mette in discussione il valore. Ma proprio per questo diventa facile restare su un piano generale, fatto di principi condivisi ma poco incisivi. Il punto vero è un altro: se non traduciamo questa consapevolezza in scelte concrete, in priorità amministrative e in progetti strutturati, il rischio è che il verde resti una buona intenzione senza effetti reali sulla città.
Terni, da questo punto di vista, da che situazione parte?
Parte da una situazione complessa. È una città con una forte identità industriale, quindi non neutra, e con una struttura urbana già consolidata. Non partiamo da zero, ma abbiamo un gap inquinamento da compensare e anche un ritardo rispetto ad altre realtà che hanno già intrapreso percorsi più avanzati sul verde urbano. Abbiamo margini di intervento, ma noi non possiamo accontentarci dell’ordinario, dobbiamo fare di più. Per questo serve maggiore chiarezza sugli obiettivi e sulle priorità.
Nel dibattito lei ha parlato di “cambiare scala”. Cosa significa concretamente?
Significa uscire da una logica di interventi marginali e iniziare a ragionare in termini sistemici. Il verde non può essere solo un’aggiunta, deve diventare una rete diffusa che attraversa tutta la città: il centro, i quartieri, i tetti, gli spazi pubblici, il fiume. Per trasformare la città non si tratta solo di piantare alberi, ma di capire quali, dove e perché, e soprattutto come questi interventi si tengono insieme nel tempo.
Quindi il problema non è solo quantitativo, ma anche qualitativo?
Esattamente. Non basta aumentare il numero di alberi se non c’è una visione dietro. Serve una strategia che definisca le funzioni del verde, il suo ruolo nel microclima, nella mobilità, nella qualità degli spazi. Senza questo, si rischia di fare interventi scollegati, che non producono un effetto strutturale.
Nel suo intervento emerge anche il tema della mancanza di direzione. Quanto pesa questo aspetto?
Pesa moltissimo, perché senza una direzione è difficile coordinare le azioni. Si può anche fare qualcosa di buono, ma resta isolato. Il problema è proprio questo: manca una visione complessiva che tenga insieme interventi, risorse e tempi.
Qual è allora il passaggio decisivo per Terni?
Costruire una visione e tradurla in un piano operativo. Un piano vero, che dica cosa fare, dove, con quali risorse e con quali tempi. Solo così il verde può diventare davvero una leva di trasformazione urbana e non restare un tema condiviso ma inefficace.
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