La Casa di reclusione di Orvieto è al centro di una nuova emergenza sicurezza. Nella tarda serata di mercoledì 7 maggio 2026, un detenuto di nazionalità magrebina ha dato fuoco alla propria cella, distruggendo arredi e suppellettili. Il giorno successivo, altri reclusi della stessa nazionalità hanno fisicamente trasportato un detenuto in regime di articolo 21 in una sezione comune, impedendogli di svolgere il lavoro intramurario previsto dalla misura. A denunciare i fatti è Fabrizio Bonino, Segretario nazionale del SAPPE per l’Umbria, che parla apertamente di istituto «ormai una polveriera destinata a esplodere».
Fuoco in cella e sequestro: la cronaca dei due episodi
Il primo episodio risale alla serata di mercoledì. Secondo la ricostruzione del sindacato, il detenuto che ha appiccato le fiamme si trovava sotto l’effetto di psicofarmaci, circostanza che, stando al SAPPE, non sarebbe nuova all’interno dell’istituto. Il gesto sarebbe stato scatenato da motivazioni «futili o addirittura inesistenti», come sottolinea il comunicato ufficiale.
Il mattino seguente si è verificato l’episodio più grave sotto il profilo della sicurezza individuale: alcuni detenuti, definiti «liberi di vagare indisturbati per l’istituto», hanno prelevato con la forza un recluso in art. 21 — figura che per legge non dovrebbe avere contatti con la popolazione detenuta ordinaria — trascinandolo fisicamente nella sezione comune. Un’azione che configura, nei termini utilizzati dallo stesso sindacato, un vero e proprio sequestro di persona all’interno delle mura del penitenziario.
Organici insufficienti: il nodo del personale
Al centro della denuncia del SAPPE c’è la questione degli organici della Polizia penitenziaria. Bonino descrive un reparto «ridotto all’osso e mal distribuito, che impedisce qualsiasi azione tempestiva di contrasto». Nei momenti in cui si sono verificati i disordini, il numero di agenti in servizio sarebbe stato talmente esiguo da rendere impossibile qualsiasi intervento efficace.
Il sindacato chiede una «più equa distribuzione del personale di polizia presente, potenziando il reparto detentivo e snellendo alcuni uffici». La richiesta è accompagnata da un appello a misure disciplinari esemplari per i detenuti coinvolti e all’adozione di un piano straordinario di sicurezza interno.
Il SAPPE interpella la direzione dell’istituto
Il segretario Bonino rivolge un appello esplicito ai vertici responsabili del penitenziario: «Chi ha la responsabilità del carcere di Orvieto “batta un colpo” e faccia sentire la propria autorevole voce. Metta in campo azioni concrete e incisive per salvaguardare l’incolumità di chi ogni giorno va a lavorare in quel penitenziario, invece di perdersi in inutili attestazioni di vicinanza e di ringraziamento al personale».
Il tono della denuncia si fa ancora più netto quando Bonino individua chi, a suo avviso, meriti davvero tutela all’interno del sistema: «Le uniche vere “vittime”, gli unici eroi e anche gli unici bisognosi di un garante sono la polizia penitenziaria, gli educatori, il personale sanitario e tutte le persone che quotidianamente lavorano in quel contesto».
Un istituto che era considerato un modello
Il sindacato sottolinea il contrasto con la reputazione che la Casa di reclusione di Orvieto aveva fino a poco tempo fa. L’istituto, situato nel cuore della rupe orvietana, era considerato un punto di riferimento per le buone pratiche in materia di trattamento penitenziario, rieducazione e sicurezza. La deriva degli ultimi mesi, con episodi critici che si ripetono «con spaventosa regolarità», rappresenta secondo il SAPPE un segnale di allarme che non può essere ignorato.
La preoccupazione del sindacato si traduce anche in una domanda rivolta alle istituzioni: «Cosa accadrà quando i detenuti decideranno di compiere certi gesti non contro le suppellettili o altri detenuti, ma contro il personale che a vario titolo opera nel penitenziario?».
La posizione del SAPPE sulla comunità locale
Bonino allarga il ragionamento al dibattito pubblico locale, osservando come proliferino «iniziative di istituzioni locali e associazioni per progetti di reinserimento» e richieste «per la nomina di un garante comunale dei detenuti», mentre resta assente qualsiasi riflessione pubblica sulla «resistenza di molti detenuti a qualsiasi forma di rieducazione e trattamento». Il sindacato segnala inoltre i costi sostenuti dallo Stato per i danni materiali causati agli arredi e alle strutture, oltre a quelli legati al mantenimento ordinario dei soggetti coinvolti.
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